La necessità di custodire adeguatamente il badge aziendale

Sono davvero numerose le aziende che richiedono ai propri dipendenti di timbrare il cartellino prima di entrare nei locali dove viene svolta l’attività lavorativa. Oggi, nella maggior parte dei casi, questo cartellino non è più tipicamente di carta ma si tratta di badge  magnetici che vengono tirati fuori dal portafogli nel momento in cui servono e avvicinati all’apposito lettore.

L’usura per sfregamento all’interno del portafogli

Tra i problemi che i lavoratori riscontrano maggiormente nell’utilizzare questo tipo di badge, vi è lo sfregamento che avviene all’interno del portafogli e dunque all’usura della stampa sulla superficie, motivo per il quale ben presto tutto ciò che è impresso sul badge va lentamente a sbiadire e cancellarsi.

Una delle soluzioni più efficaci, e al tempo stesso estremamente semplice, per risolvere questo tipo di problema è il comodo portabadge in plastica rigida o flessibile che Cotini srl propone. Il portabadge può avere sia un orientamento verticale che orizzontale in base alle proprie necessità, e protegge il badge da qualsiasi tipo di sfregamento e usura garantendone dunque un perfetto stato molto più a lungo.

Clip o cordoncino colorato?

Questi portabadge sono dotati  di asola per il cordoncino al collo, oppure possono essere appesi al taschino della giacca mediante apposito clip in acciaio, in maniera tale da poter mostrare il proprio badge con foto e logo di riconoscimento in qualsiasi momento, se richiesto. Chi lo preferisce, può portare direttamente il badge al collo mediante appositi cordoncini disponibili in 7 differenti colori.

Sul cordoncino stesso è possibile far applicare, su richiesta, il proprio logo aziendale. Tali cordoncini sono resistenti e realizzati in nylon; contengono inoltre un clipper d’acciaio che consente di agganciare il portabadge. I colori disponibili sono arancione, turchese, giallo, nero, rosso, rosa, verde, arancione chiaro e blu, e sono acquistabili a lotti da 10 pezzi. Davvero una soluzione comoda ed elegante per custodire il proprio badge ed evitare che possa smarrirsi o danneggiarsi.

Studio Franco Guerrieri: tradizione ed innovazione

Lo studio Franco Guerrieri opera nel settore della compravendita di immobili di prestigio Monza da oltre un ventennio e rappresenta nel mercato brianzolo una realtà solida ed affermata.

Lo studio offre servizi di mediazione trasparenti ed efficaci garantendo la possibilità, tanto agli acquirenti quanto ai rivenditori, di condurre trattative effettivamente vantaggiose e comunque sempre vicine all’interesse del cliente. Si tratta quindi di un servizio a 360 gradi che non termina semplicemente con la chiusura dell’affare ma può anche estendersi ad eventuali lavori di progettazione o ristrutturazione, ad esempio.

Il quid in più però arriva dall’eccezionale vetrina online che il sito ufficiale offre, dicendo quindi di sì all’innovazione e alla possibilità di scoprire in anticipo tantissime peculiarità degli immobili presenti nel database. Il sito francoguerrieri.it offre infatti la possibilità di visionare un gran numero di soluzioni abitative, nonché di richiedere supporto tecnico e legale in qualsiasi momento. Una gran bella comodità, non c’è che dire!

Gli immobili

Gli immobili in vendita sono perlopiù situati, come accennato, in una precisa area della Lombardia, quella della Brianza. In particolar modo lo studio Franco Guerrieri propone strutture di una certa rilevanza architettonica, di pregio paesaggistico e di importanza storica (molte sono le ville o le cascine di antica fattura) oppure ancora di indiscusso valore commerciale.

Si tratta insomma di una gestione il cui target è individuabile in una  fetta abbastanza elitaria del mercato, scelta che, come dimostra la solidità dell’azienda, ha dato i suoi frutti.

La politica aziendale

La politica aziendale adottata dall’agenzia è quella di garantire sempre la massima accuratezza e trasparenza in tutte le fasi del servizio. Tutti gli immobili trattati vengono accuratamente selezionati da uno staff tecnico, valutati a dovere e descritti al cliente in tutti i loro pregi ed i loro difetti.  Le trattative poi vengono sempre condotte con estrema discrezionalità e con il sussidio di esperti del mondo dell’edilizia, del design e della legge.

Residence Privilege Apartments a Monza

Il Residence Privilege Apartments si trova a Vimercate, tra Monza e Milano, ed offre ogni tipo di comodità a quanti viaggiano per motivi personali o di lavoro. Gli appartamenti esclusivi a disposizione degli ospiti sono infatti dotati di ogni comfort e consentono di usufruire di un relax ancora più intenso grazie agli oltre 10 mila metri quadrati di verde che circondano la struttura. Chi desidera dedicarsi al proprio lavoro durante la permanenza inoltre, può farlo tranquillamente grazie al Wi-Fi gratuito offerto in tutti gli appartamenti, nonché alla comoda scrivania, telefono, e servizio di invio/ricezione fax a disposizione.

Se, al termine di una intensa giornata di lavoro, il desiderio dovesse essere quello di rilassarsi e liberare la mente dalle fatiche del giorno, sarà possibile concedersi una piacevole doccia con getti idromassaggio, usufruire della TV a schermo piatto, rilassarsi tra i fornelli dell’ottimo piano cottura presente, prepararsi un buon caffè grazie all’apposita macchina per caffè espresso, accendere l’aria condizionata o riscaldamento ed infine concedersi un buon sonno su di un ottimo cuscino in memory. Non manca davvero nulla dunque per dedicarsi al lavoro ma anche per rilassarsi in maniera adeguata, proprio come quando si è in casa, e rilassarsi così in uno dei più moderni ed eco-friendly hotel a Monza.

Esistono inoltre due differenti tipologie di appartamento, il Classic o l’Executive, che presentano la stessa capacità di offrire benessere e relax agli ospiti, sebbene con qualche differenza per quel che riguarda le dimensioni dell’ambiente ed il numero massimo di persone che è possibile ospitare. Per quel che riguarda i dintorni della struttura è importante sottolineare che a meno di un chilometro di distanza, è presente un quartiere che vanta diversi cinema multisala, centri commerciali, negozi ed ogni tipo di servizio. Ad un solo chilometro dalla struttura infine, vi è il centro business Energy Park.

Acqua pura e sicura con i distributori IWM per l’ufficio

Bere dell’acqua ben bilanciata e ricca di sali minerali è importante per mantenere in perfetto stato di salute il nostro fisico e l’organismo più in generale. Diversi studi hanno anche recentemente dimostrato la stretta relazione che vi è tra una corretta idratazione e la capacità di mantenere alto il livello di concentrazione nel corso della giornata. Ecco perché, soprattutto all’interno di ambienti lavorativi di ogni tipo, è bene fare in modo che i dipendenti possano avere sempre accesso ad una fonte d’acqua così da potersi dissetare ogni qualvolta si avverta la necessità di bere. L’esigenza di garantire una corretta idratazione ai lavoratori va spesso ad incontrare delle difficoltà nel momento in cui si scopre che l’acqua dei boccioni, tipicamente utilizzati per garantire la necessaria fornitura d’acqua sui luoghi di lavoro, ha un costo al litro non indifferente e che dunque si tratta di una voce di spesa mensile piuttosto importante.

A ciò vanno aggiunte le difficoltà fisiche nello stoccare e trasportare i pesanti boccioni o il doverli mettere in funzione ogni qualvolta quello precedente si svuota del tutto. La soluzione pratica, conveniente e di qualità è oggi rappresentata dal distributore d’acqua per ufficio che IWM propone: una soluzione moderna ed efficace per la quale è possibile andare a filtrare direttamente l’acqua del rubinetto e trattarla migliorandola sia dal punto di vista della struttura che del sapore, con la possibilità di averla fredda, calda, gasata o con ghiaccio in base alle preferenze personali. Grazie al sistema ad osmosi inversa la qualità dell’acqua è dunque garantita, e trattandosi di acqua di rubinetto il costo di approvvigionamento per litro sarà ovviamente più basso rispetto quello relativo ai boccioni da ufficio. Sarà la stessa IWM ad occuparsi della manutenzione annuale del distributore così da garantire sempre il perfetto funzionamento dell’impianto, preservandolo nel tempo.

Valorizzare ogni ambiente con i faretti da incasso

Tra le possibilità oggi più ricercate e apprezzate da coloro i quali si occupano di interior design, vi è certamente la possibilità di installare dei faretti da incasso nel controsoffitto. Questa soluzione è in grado di apportare immediatamente un importante contributo in termini di eleganza e ricercatezza, e può essere apportata sia in corridoio che nell’ingresso, così come nel living, nel disimpegno e all’interno della cabina armadio, nonché in cucina. Ovunque ci siano quindi soffitti ribassati è possibile andare ad apportare tale geniale soluzione: è sufficiente per questo scegliere i faretti giusti per quel che riguarda la loro tipologia, il numero esatto di faretti da installare e la posizione che gli stessi devono assumere al fine di creare l’atmosfera desiderata o l’illuminazione ideale, anche in relazione alla tipologia di ambiente nel quale si decide di installarli, valorizzando al meglio arredi e spazi a disposizione.

Su lucefaidate.it trovi tantissimi modelli di faretti da incasso tra i quali puoi sicuramente individuare quelli che pensi possano adattarsi meglio all’utilizzo che intendi farne, scegliendo tra differenti forme, colori e materiali. Facili da installare e da mettere in funzione, questi ottimi faretti possono anche essere tinteggiati a piacimento così da “nascondersi” perfettamente assumendo lo stesso colore della parete. È una soluzione oggi sempre più adottata e perfettamente in grado di conferire ad ogni ambiente tutto quel livello di comfort e benessere auspicato grazie ad una corretta illuminazione, la quale riveste un ruolo di fondamentale importanza in quanto davvero influente sia a livello di percezione che emotivo. Ecco il motivo per il quale sono tantissimi gli interior designer che decidono di proporre questa soluzione ai propri clienti, concretamente in grado di cambiare volto ad una stanza o a un intero appartamento grazie al notevole contributo in termini di rilassatezza ed atmosfera che è in grado di apportare.

Il web piace alle imprese, ma solo le grandi utilizzano tecnologie avanzate

Nel 2020 l’82% delle imprese con almeno 10 addetti non adotta più di 6 tecnologie tra le 12 considerate dall’indicatore europeo di digitalizzazione (nel Mezzogiorno 87,1%). Cresce notevolmente la quota di imprese che forniscono sui propri siti web informazioni sui prodotti offerti (55,5% dal 33,9% nel 2019).  Le applicazioni digitali più evolute sono poco utilizzate tra le PMI: circa l’8% dichiara di avvalersi di almeno due dispositivi smart o sistemi interconnessi, di robotica e analisi di big data e solo il 4,5% utilizza stampanti 3d nei processi di produzione. Sono solo alcuni dati dell’indagine Istat su imprese e ICT effettuata tra i mesi di giugno e agosto 2020.

I servizi cloud e l’commerce registrano un boom

Nel 2020, il 97,5% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza connessioni in banda larga fissa o mobile. Rimane stabile la quota di imprese che fornisce ai propri addetti dispositivi portatili (ad es. computer portatili, smartphone, tablet, ipad) che permettono una connessione mobile a Internet per scopi aziendali/lavorativi (62,6%; era 62,4% nel 2019).  Aumenta la percentuale di addetti che utilizzano un computer connesso a Internet per svolgere il proprio lavoro (53,2%; era 49,9% nel 2019). Tale incremento è probabilmente dovuto anche alla risposta delle imprese alla pandemia iniziata a marzo 2020. A livello settoriale, le differenze maggiori tra il 2019 e il 2020 sono state registrate tra le imprese del commercio al dettaglio (dal 48,8% al 58,0%), dell’industria dei prodotti in legno e carta, stampa (dal 39,1% al 45,5%) seguite da quelle dei settori della ristorazione (dal 21,6% al 26,7%), della metallurgia (dal 38,0% al 43,2%). L’indagine ha colto altri possibili segnali di reazione alle difficoltà indotte dall’emergenza sanitaria, il deciso aumento di imprese con sito web che rendono disponibili informazioni sui prodotti e servizi offerti (dal 34% del 2019 al 55% del 2020) e di quelle che utilizzano servizi cloud (dal 23% del 2018 al 59% del 2020)i. La dimensione dell’utilizzo di dispositivi mobili e connessioni mobili forniti dalle imprese ai propri addetti rimane in linea con i livelli dell’anno precedente ed è pari al 62,6%, contro il 62,4% del 2019. Tale quota sale fino al 96,0% dei casi (95,3% nel 2019) per le grandi imprese che dichiarano di fornire tali dispositivi a circa un terzo dei propri lavoratori.

Il livello di digitalizzazione dipende dalla complessità aziendale

Il comportamento delle imprese è stato valutato rispetto a 12 caratteristiche specifiche che contribuiscono  alla definizione dell’indicatore composito di digitalizzazione denominato Digital intensity indexv utilizzato per identificare le aree nelle quali le imprese italiane incontrano maggiori difficoltà.  In generale, circa l’82% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca a un livello ‘basso’ o ‘molto basso’ d’adozione dell’ICT, non essendo coinvolte in più di 6 attività tra quelle considerate; il restante 18% svolge invece almeno 7 delle 12 funzioni, posizionandosi su livelli ‘alti’ o ‘molto alti’ di digitalizzazione. Con riferimento ai 12 indicatori, nelle varie classi di addetti il divario maggiore si registra nella presenza di specialisti in ICT tra gli addetti dell’impresa e nell’utilizzo di robotica e di servizi cloud di livello medio alto. Inoltre, si evidenziano indicatori la cui presenza diventa significativa solo per livelli più alti dell’Index (ad esempio robot e stampa 3d) mentre altri vengono utilizzati anche in corrispondenza di un numero più limitato di attività adottate (ad esempio la fatturazione elettronica).

Le dimensioni fanno la differenza

La dimensione aziendale e la complessità organizzativa sono in linea con il diverso grado di digitalizzazione delle imprese che si distinguono anche per la tipologia di tecnologie implementate. In base alle combinazioni dei 12 indicatori che compongono l’indicatore sintetico per classe di addetti, tra le imprese fino a 99 addetti i modelli più utilizzati includono al più una velocità di connessione almeno pari a 30 Mbit/s, l’invio di fatture elettroniche, il sito web, la presenza di specifici servizi offerti sul sito. Il cloud di livello medio alto, l’intensità di utilizzo di computer e device mobili da parte della forza lavoro e la presenza di specialisti ICT sono più frequenti nelle imprese con almeno 100 addetti. Infine, alle attività relative alle innovazioni tecnologiche più avanzate, quali robotica, analisi di big data e stampa 3d ricorrono principalmente le imprese che hanno già adottato almeno 5 delle altre attività e quindi sono connesse soprattutto a gradi di digitalizzazione alti e molto alti.

Quattro grandi imprese su dieci vendono online

Nel 2019 la percentuale di imprese con almeno 10 addetti che hanno effettuato vendite online continua a essere contenuta (16,3%) sebbene si sia registrato un incremento di due punti percentuali rispetto all’anno precedente. Una crescita più consistente ha riguardato le imprese con almeno 250 addetti, che risultano anche le più attive nel mercato delle vendite elettroniche (40,2%, dal 35,6% nel 2018) rispetto a quelle con 10-49 addetti (15,2%, dal 12,8% nel 2018). La percentuale di imprese che nel corso del 2019 hanno venduto via web (13,7%) cresce di 1,8 punti percentuali e, tra queste, prevalgono quelle che hanno avuto come clienti i consumatori privati (84,1%) anziché imprese e amministrazioni pubbliche (57,2%).

Amazon lancia il programma per tutelare i marchi delle Pmi italiane

Amazon scende in campo per aiutare le Piccole e medie imprese italiane a proteggere i loro marchi e a combattere la contraffazione. Come? Rendendo il processo di registrazione della proprietà intellettuale più semplice ed economico. Dopo il lancio negli Stati Uniti avvenuto lo scorso anno il programma Intellectual Property Accelerator di Amazon arriva anche in Italia e in altri Paesi europei come Francia, Germania, Spagna, Olanda e Inghilterra, ed è disponibile per qualsiasi marchio che vende sulla piattaforma. Di fatto, Intellectual Property Accelerator, “mette gli imprenditori direttamente in contatto con una rete selezionata di studi legali e di consulenza europei, specializzati nella tutela dei diritti della proprietà intellettuale, a tariffe competitive”, spiega il marketplace globale.

Raggiungere le oltre 150.000 Pmi europee presenti sulla piattaforma

L’iniziativa, spiega ancora Amazon, mira a raggiungere le Pmi in Europa, comprese le oltre 150.000 presenti sulla piattaforma, dove i partner di vendita continuano a rappresentare oltre il 50% dei prodotti in vetrina. Negli Stati Uniti, ad esempio, IP Accelerator ha ricevuto 6.000 domande di registrazione di marchi presentate all’Ufficio Brevetti e Marchi, riporta Ansa.

In Italia l’iniziativa fa seguito al programma di formazione gratuito per accelerare la crescita e la digitalizzazione di oltre 10.000 Pmi italiane. Il programma viene realizzato in collaborazione, tra gli altri, con Ice-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Solo il 9% delle Pmi della UE ha registrato i diritti di proprietà intellettuale

Secondo una ricerca condotta Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale solo il 9% delle Pmi della UE ha registrato i diritti di proprietà intellettuale, rispetto al 36% delle imprese più grandi, che hanno dunque quattro volte più probabilità delle Pmi di registrare i propri diritti in materia di proprietà intellettuale. Spesso, sottolinea Amazon, si tratta di mancanza di conoscenza della materia o di non sapere a chi rivolgersi. “C’è confusione sul motivo per cui i diritti di proprietà intellettuale sono importanti e su come i venditori possono proteggerli – commenta Francois Saugier, Vice President for EU Seller Services di Amazon -. IP Accelerator rende il processo di registrazione della proprietà intellettuale il più semplice ed economico possibile per gli imprenditori all’inizio delle loro attività” .

Promuovere la creatività e combattere la contraffazione

L’obiettivo finale del progetto è “promuovere la creatività e combattere la contraffazione”, aggiunge Lamberto Coppa, Chief Development Office di Jacobacci & Partners. I diritti di proprietà intellettuale infatti non solo impediscono a terze parti non autorizzate di utilizzare i marchi o copiare le idee, ma possono anche creare nuove fonti di reddito, ad esempio, concedendo licenze su beni o servizi. “La proprietà intellettuale è spesso considerata un argomento misterioso – sottolinea Stefano Klausner, il Managing Partner di Gregorj – in modo particolare da quegli imprenditori che hanno appena avviato la loro attività e sono completamente focalizzati sul loro business, ma non ne vedono nell’immediato il potenziale nel medio-lungo termine”.

Smart working tra opportunità replicabile e nuovo assenteismo

Durante il primo periodo dell’emergenza Covid-19 un’azienda su cinque ha applicato lo smart working su quasi la totalità dell’organico. In misura maggiore ne hanno usufruito le aziende con più di 500 dipendenti, di cui il 28% con oltre il 91% della forza lavoro in smart working, e quelle operanti nel settore del commercio e servizi (il 62% con più di metà risorse a distanza). Nonostante per 9 HR italiani su 10 l’assenteismo non sia percepito come preoccupante all’interno della propria impresa, oltre il 70% ritiene che lo spettro dei dipendenti assenteisti rappresenti un rischio tra elevato e molto elevato a livello di danno aziendale. Si tratta di alcuni dati emersi dalla seconda edizione dell’Osservatorio condotto da Abbrevia e il Gruppo Intersettoriale Direttori del Personale (GIDP). L’Osservatorio sviluppa un’analisi statistica del fenomeno dell’assenteismo, e quest’anno si arricchisce con la valutazione dell’approccio allo smart working.

Regolamentare la nuova modalità operativa

Secondo i dati dell’Osservatorio, settembre segna una diminuzione del ricorso al lavoro agile, che metà del campione applica a meno del 20% del personale.

Di particolare interesse è il tentativo di regolamentazione della nuova modalità operativa. Il 47% delle imprese non ha disciplinato lo smart working, ma chi ha normato questo strumento ha definito orari e luoghi di lavoro (24%) oppure gli obiettivi professionali (12%). A livello dimensionale, le aziende con meno di 150 dipendenti sono più propense a normalizzarlo (57%). Solo il 27% ha definito lo strumento con un accordo sindacale.

Abuso dello smart working come nuova categoria di comportamenti scorretti

Per la maggior parte degli HR intervistati (80%), l’applicazione dello smart working non ha causato anomalie. D’altra parte, il 56% delle imprese si mostra favorevole all’introduzione di controlli sugli smart worker, soprattutto in aziende meno strutturate (62%). Infatti, entrando nell’analisi dei comportamenti scorretti, la neonata categoria dell’abuso dello smart working figura al primo posto (40%), seguita da un utilizzo scorretto dei permessi per malattia o infortunio (24%).

Il fenomeno dell’assenteismo è in calo rispetto al 2019

In possibile correlazione con l’introduzione del lavoro agile, il fenomeno dell’assenteismo riporta un calo rispetto al 2019, con una media dei tassi di assenza (ferie e permessi esclusi) al 3,5% sul totale del monte ore, ma un incremento all’aumentare della dimensione aziendale. Per il 70% del campione si tratta di assenze brevi (2,1 giorni di media), più riconducibili a un “assenteismo tattico”: un HR manager su tre riscontra picchi di assenza, ad esempio, a ridosso del weekend (40%). In ogni caso, pur individuando gli illeciti, non sempre le aziende intervengono. Ma rispetto al 2019, quando a non agire era il 32% degli HR, oggi si è passati all’81%.

In Italia la pressione fiscale reale è al 48,2%

Al netto del sommerso e dell’economia illegale, pari al 12% del Pil, ovvero 215 miliardi di euro, la pressione fiscale in Italia raggiunge il 48,2%, +5,8% rispetto a quella ufficiale), tra le  più alte in Europa. Dopo cinque anni di calo nel 2019 si è verificato un incremento di 0,7 punti che ha riportato il suo livello complessivo indietro di quattro anni. È quanto emerge dallo studio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti dal titolo Analisi della pressione fiscale in Italia, in Europa e nel mondo. Struttura ed evoluzione dei principali indicatori di politica sociale.

La riduzione del quinquennio 2014-2018 non ha riguardato le famiglie

Dopo l’aumento del 2,1%) del 2012-2013 nel quinquennio 2014-2018 si è verificato un rientro del -1,7%, che però ha riguardato prevalentemente le imprese. La pressione fiscale sulle famiglie, il cui gettito totale è pari a 323 miliardi di euro su un totale di 758,6 miliardi, non ha riguardato questa riduzione, anzi, è aumentata. La pressione fiscale sulle famiglie, calcolata mediante una rielaborazione della Fondazione nazionale dei commercialisti dei dati Istat, è risultata nel 2019 pari al 18% (+0,3% rispetto al 2018).

Nonostante gli interventi sul cuneo fiscale degli ultimi anni, l’indicatore Ocse pone l’Italia ai primi posti in Europa, al terzo posto per dipendente single, con il 48%, e al primo per dipendente sposato con due figli, con il 39,2%.

Irpef e Iva coprono il 55,9% del gettito tributario totale

Dall’analisi del gettito tributario per singola imposta, si evince, inoltre, che le prime 10 imposte su 88 voci totali desumibili dalle tabelle Istat coprono l’85% del totale. Lo stesso dato era pari all’82,3% nel 1995, che rivela una tendenza alla concentrazione del prelievo tributario sulle imposte principali, riporta Askanews. Ad esempio, l’Irpef, che nel 2019 è la prima imposta con 176,8 miliardi di euro di gettito, copre il 34,2% del totale (+2% sul 1995), l’Iva, la seconda imposta per gettito, con 111,8 miliardi di euro, copre il 21,6% del totale (+1,3% sul 1995). Insieme, l’Irpef e l’Iva, coprono il 55,9% del gettito tributario totale (+3,3% sul 1995).

Sbilanciamento sul lato del lavoro rispetto al consumo

Nel confronto internazionale, la pressione fiscale si mostra sbilanciata dal lato del lavoro rispetto al consumo. Infatti, nell’ultimo anno con dati disponibili per un confronto, il 2018, l’Italia si pone al 7° posto nel primo caso e al 21° posto nel secondo. In particolare, per il gettito Iva in rapporto al Pil, l’Italia si colloca al 26° posto nella graduatoria EU27, mentre per il gettito dell’imposta personale sul reddito, l’Italia si colloca al 5° posto. Nonostante l’eccezionale riduzione del Totale Tax Rate tra il 2006 e il 2020, l’indicatore di pressione fiscale sui profitti societari calcolato dalla banca mondiale per l’Italia sfiora il 60%, risultando tra i più elevati in Europa.

Entro il 2030 Google si impegna a essere carbon-free

“La scienza parla chiaro, il mondo deve attivarsi ora per evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico”. Lo afferma il Ceo di Google Sundar Pichai, che annuncia l’impegno da parte del motore di ricerca a utilizzare energia carbon-free, ovvero senza emissioni di carbonio, entro il 2030. E lo farà 24 ore su 24, 7 giorni su 7. La decisione di Google arriva dopo quella di Apple, che a luglio ha annunciato la sua svolta green impegnandosi, sempre entro il 2030, a diventare totalmente carbon free in tutte le sue attività nella catena di fornitura della produzione e nel ciclo di vita del prodotto. E ora anche il colosso di Mountain View intende fare la sua parte per “salvare” il pianeta.

“Entro il 2025 oltre 20.000 nuovi posti di lavoro per l’energia pulita”

“La scorsa settimana molti di noi si sono svegliati con un cielo arancione nella California settentrionale a causa degli incendi che continuano a imperversare – aggiunge Pichai in un post ufficiale della società – È importante agire subito”, e Google lo farà, assicura il Ceo. Ma non è tutto. Le ripercussioni positive derivanti dalla presa di posizione ecologista di Google non saranno solo sull’ambiente. Secondo Pichai l’impegno ambientale di Google genererà entro il 2025 “oltre 20.000 nuovi posti di lavoro per l’energia pulita e nei settori associati, negli Usa e nel resto del mondo”.

D’altronde, “Dal 2017 – continua il Ceo di Google – facciamo coincidere il nostro consumo complessivo di elettricità al 100% di energia rinnovabile. Ora vogliamo andare oltre: entro il 2030 intendiamo operare con energia priva di emissioni di carbonio ovunque, in ogni momento “.

Da Gmail a YouTube servizi a energia pulita in qualunque ora di qualunque giorno

Il primo passo, continua il Ceo, “sarà l’utilizzo di energia ‘carbon-free’ 24 ore su 24, 7 giorni su 7 in tutti i nostri data center e campus nel mondo. Ciò significa che ogni email inviata su Gmail, ogni domanda posta al Motore di Ricerca, ogni video visto su YouTube, e ogni ricerca su Maps per trovare il percorso migliore utilizzeranno energia pulita in qualunque ora di qualunque giorno”. Google, si impegna inoltre a investire in tecnologie che aiutino i partner e le città a fare scelte sostenibili.

Risparmiare l’equivalente delle emissioni di carbonio di un Paese grande come il Giappone

Il contributo di Google non si limita infatti a utilizzare direttamente energia pulita per i propri servizi, riporta Ansa. “Ad esempio – spiega Pichai – stiamo investendo nelle aree industriali per rendere disponibili 5 gigawatt di nuova energia senza emissioni di carbonio, per aiutare 500 città a ridurre le proprie emissioni di carbonio e per trovare nuovi modi di aiutare 1 miliardo di persone attraverso i nostri prodotti”.

Il motore di ricerca si è impegnato quindi ad “aiutare i governi locali a ridurre le proprie emissioni di carbonio – aggiunge Pichai – per un totale di 1 gigatone all’anno entro il 2030, l’equivalente delle emissioni di carbonio di un Paese grande come il Giappone”.

Ecobonus auto, in 2 ore oltre tremila prenotazioni

Nelle prime due ore di prenotazioni sono arrivate 3.000 richieste per l’ecobonus auto, l’incentivo statale per l’acquisto di veicoli a basse emissioni. Gli incentivi, prenotabili fino al 31 dicembre sul sito ecobonus.mise.gov.it, sono stati introdotti con il decreto rilancio, approvato in via definitiva. Lo sconto, ricorda il ministero dello Sviluppo, può arrivare a 10 mila euro. Inoltre è stata ampliata la gamma di veicoli per i quali sarà possibile richiedere il contributo statale, che potrà arrivare fino a 8 mila euro per l’acquisto con rottamazione, e fino a 5 mila euro per l’acquisto senza rottamazione. All’ecobonus si potranno poi aggiungere sconti fino a 2 mila euro che verranno riconosciuti direttamente dai concessionari.

Impiegati circa 50 milioni dello stanziamento per l’automotive

Per i bonus il Governo ha messo a disposizione altri 50 milioni di euro, che si aggiungono ai 100 milioni di euro stanziati per l’anno 2020. e ai 200 milioni per il 2021.

“Con il decreto di agosto, potremmo estendere ai veicoli commerciali leggeri gli incentivi all’acquisto – dichiara all’Ansa la sottosegretaria al ministero per lo Sviluppo economico, Alessia Morani -. È una proposta da discutere con la maggioranza e con il ministro Patuanelli. Il bonus potrebbe impiegare una cinquantina di milioni del mezzo miliardo stanziato per l’automotive. Sarebbe un modo per aiutare settori colpiti dalla crisi, e per garantire un ricambio del parco dei mezzi attualmente in circolazione, con vantaggi sia ambientali sia in termini di sicurezza”.

I modelli di larga diffusione possono beneficiare di uno sconto fino a 3.500 euro

Il bonus massimo spetta alle auto con emissioni da 0 a 20 g/km di CO2, cioè le 100% elettriche, con prezzo fino a 61 mila euro iva inclusa. La fascia di emissioni da 21 a 60 g/km di CO2 dà invece accesso a bonus fino a 6.500 euro.

I modelli di larga diffusione, con motorizzazioni hybrid e mildhybrid, ma anche diesel, benzina, bifuel Gpl e metano che rientrano nella fascia 61-110 g/km di CO2 possono beneficiare di un bonus che arriva fino a 3.500 euro.

Smaltire gli stock di vetture invendute durante la quarantena

Scopo della misura è anche quello di aiutare le case automobilistiche a smaltire gli stock di vetture invendute nei mesi della quarantena. L’estensione del bonus alle auto Euro 6 è stata però frutto di una lunga battaglia in commissione che ha diviso la maggioranza. Al Movimento Cinque Stelle non piaceva il fatto che gli incentivi riguardassero anche auto a benzina e diesel. Il compromesso è stato raggiunto con la limitazione del bonus per l’acquisto di modelli “a combustione”, ma con basse emissioni. Un altro fattore determinante per il raggiungimento dell’accordo è stata la limitazione temporale dei bonus. In pratica, considerando che nei mesi estivi le vendite rallentano, e che a fine anno subiscono un nuovo freno (le auto immatricolate a novembre e dicembre dopo pochi mesi sono già considerate “vecchie” di un anno), di fatto i bonus faranno il pieno in due mesi, settembre e ottobre.

Auto nuova? I giovani neopatentati la preferiscono a noleggio

Per i neopatentati i primi anni di guida sono i più delicati, non solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche da quello economico. Se l’auto nuova è intestata a un giovane neopatentato, secondo un’analisi di Facile.it, la spesa totale nei primi 3 anni può arrivare a 22.000 euro. Non sorprende quindi come anche tra i più giovani iniziano a diffondersi formule alternative all’acquisto, come ad esempio il noleggio dell’auto a lungo termine. Facile.it ha scoperto che con questa alternativa si possono risparmiare più di 500 euro l’anno. L’analisi di Facile.it è stata realizzata confrontando il costo totale di acquisto e mantenimento di un’auto intestata a un neopatentato diciottenne e una, di pari tipologia, presa a noleggio lungo termine, considerando un arco temporale di 3 anni.

Quanto costa acquistare e mantenere l’automobile?

Se si sceglie di acquistare l’auto la spesa più importante è il prezzo del veicolo, ad esempio 16.800 euro, mentre per l’RC auto un automobilista neopatentato che parte dalla classe 14, in media, deve mettere in conto una spesa di circa 1.000 euro l’anno. A questa voce vanno aggiunti i costi delle garanzie accessorie, la copertura furto incendio, la polizza cristalli e quella per gli eventi naturali. In totale, nei 3 anni, l’importo complessivo è di 3.900 euro. Alla lista delle spese obbligatorie va aggiunto anche il bollo, pari a 472 euro in 3 anni. Ultima, la manutenzione ordinaria: considerando un utilizzo di circa 10.000 km l’anno e un paio di tagliandi, in 36 mesi la spesa può arrivare a circa 600 euro.

Quanto si risparmia a noleggiarla?

Il costo totale tra acquisto, spese obbligatorie e manutenzione arriva così a 21.772 euro, esclusi gli eventuali imprevisti che potrebbero far salire ulteriormente il conto. E se l’auto, invece di comprarla, fosse stata noleggiata per un periodo di pari durata? In questo caso il risparmio sarebbe significativo. Guardando alla miglior tariffa disponibile nell’analisi, il costo per il noleggio dell’auto analizzata è pari a 285 euro al mese, senza alcun anticipo.

Un costo all inclusive di 10.260 euro

Si tratta di un costo all inclusive che comprende tutte le altre voci di spesa prese in considerazione: l’RC auto e le garanzie accessorie (furto-incendio, cristalli, eventi naturali), il bollo, la manutenzione ordinaria, ma anche alcuni costi straordinari, come ad esempio l’invio del soccorso stradale o la copertura in caso di atti vandalici, eventi socio-politici e danni accidentali.

Il costo complessivo per il noleggio a lungo termine, in 3 anni, raggiunge i 10.260 euro, vale a dire 1.512 euro in meno rispetto alla spesa netta emersa dall’analisi dell’acquisto dell’auto. Un risparmio che potrebbe essere addirittura più alto se si mettono in conto eventuali imprevisti o se si considera che il costo dell’RC auto per un veicolo intestato a un neopatentato in alcune province italiane è estremamente elevato.

Impatto del Covid-19 e ripresa differenti per i vari settori produttivi

Per indagare gli effetti economici e finanziari dell’emergenza Covid-19 sulle imprese CRIF ha messo a punto l’Osservatorio Pulse, che analizza le conseguenze sul business e l’andamento futuro dei vari settori economici italiani, divisi in quattro categorie, Top, Upper, Middle e Bottom, sulla base di diversi parametri. Dall’analisi emerge che solo un ristretto numero di comparti (Top) mostra una sostanziale tenuta. Tra questi, il farmaceutico, le telecomunicazioni, ICT e media, chimica e consulenza. Il numero di imprese che ricadono in questa categoria è piuttosto limitato, sia in termini numerici (circa il 15% del totale) sia per giro d’affari (circa l’11%).

I settori Top e Upper

Tra le caratteristiche che accomunano i settori Top rientrano un limitato impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown, in quanto attività essenziali o comunque svolgibili in modalità smart working, una domanda resiliente o addirittura in crescita, tenuta di margini e generazione di cassa, relativa stabilità del merito creditizio e regolare operatività sotto il profilo commerciale.

I settori classificati come Upper (Trasporti e logistica, Alimentari, bevande e tabacco, Elettronica) sono anch’essi caratterizzati da un basso impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown per le produzioni essenziali, da un favorevole trend di lungo termine della domanda e da una migliore capacità di assorbimento degli impatti negativi di breve periodo.

Middle e Bottom

I settori Middle (Commercio al dettaglio, Tessile e abbigliamento e Meccanica strumentale) evidenziano invece un maggior impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown e spesso presentano anche una forte esposizione nei confronti della domanda estera. I settori Bottom (Turismo/Tempo Libero, Commercio di autoveicoli, Mining/Oil&Gas, Ingegneria civile e costruzioni, Meccanica/Mezzi di trasporto, Prodotti metallici) hanno fortemente risentito delle restrizioni derivanti dal lockdown, e anche nella fase di ripartenza stanno soffrendo per via di una debole domanda. Una forte componente di costi fissi e l’elevata incidenza del capitale circolante gravano sul loro profilo finanziario.

Rispetto alla limitata concentrazione di società all’interno della categoria Top, la categoria Bottom vede la presenza di circa il 28% delle società di capitali italiane, per un giro d’affari aggregato del 24% del totale.

Nel 2021 ripresa nel fatturato e margini, ma non basta per tornare ai livelli pre-crisi

Nel 2021 il rimbalzo previsto rispetto all’anno precedente permetterà una ripresa nel fatturato e nei margini, tuttavia non sufficiente a tornare ai livelli pre-crisi. Nel contesto attuale, poi, acquisiscono particolare rilevanza la filiera di appartenenza e il segmento di operatività. La prima, infatti, può determinare per due produttori di beni simili un mercato di sbocco totalmente differente in termini di andamento della domanda finale, come ad esempio, chi produce componenti metalliche per apparecchiature biomedicali rispetto a chi produce componenti simili ma destinate al comparto automotive. Il secondo fattore può invece consentire di identificare posizionamenti di nicchia in determinati ambiti che sperimentano trend in controtendenza rispetto al settore di riferimento, quali ad esempio il commercio online rispetto al canale fisico all’interno del comparto retail.

 

Moratoria sui finanziamenti: l’analisi di CRIF su imprese e famiglie

Sospensione delle rate per i contratti di credito, ma anche stop dei mutui per la casa: il Crif ha analizzato 930.000 richieste di moratoria contribuite ad aprile in EURISC, il principale Sistema di Informazioni Creditizie attivo in Italia, e ha delineato lo scenario sui finanziamenti rateali da parte degli italiani. La sospensione dei finanziamenti ha riguardato principalmente i consumatori privati, con quasi 547.000 richieste (rispetto alle 162.000 del mese di marzo), a fronte di 386.222 presentate dalle imprese (erano state circa 73.000 nel mese precedente). Numeri in deciso aumento, dovuti in gran parte all’incertezza e alle chiusure imposte dal lockdown.

Le richieste presentate dalle imprese…
Per quanto riguarda le imprese,  ad aprile è stata richiesta la sospensione delle rate per il 13.9% dei contratti di credito. Più sono grandi le dimensioni dell’azienda, più si è ricorso a questo strumento: il 70,9% delle richieste sono infatti state presentate da Società di capitali a fronte di una quota pari al 25,4% per le Società di persone e del 2,7% per le ditte individuali. Per le Società di capitali la rata media mensile sospesa grazie alla moratoria risulta pari a 1.547 euro a fronte di un importo residuo per estinguere il finanziamento di quasi 100.000 euro. Decisamente più contenuta la rata mensile oggetto di sospensione da parte delle società di persone, pari a 884 euro, e delle ditte individuali, 553 euro. In base ai dati analizzati dallo studio, si evince che quasi 2 richieste su 3 si riferiscono a mutui di liquidità, oltre 78.000 sospensioni riguardano i mutui immobiliari, più di 43.000 i prestiti personali, oltre 6.000 i prestiti finalizzati e 17.321 i contratti di leasing e altri prodotti rateali. Un altro dato interessante è riferito alla territorialità: il 21,9% dei contratti che ad aprile hanno beneficiato della sospensione delle rate riguarda imprese della Lombardia, che precedono di poco quelle dell’Emilia Romagna (il 19,0% del totale), e quelle del Veneto, con l’11,5%. Queste tre regioni da sole raccolgono oltre la metà delle richieste totali e risultano anche quelle più pesantemente colpite dall’emergenza sanitaria. Dietro a queste, a una certa distanza, seguono il Piemonte, che pesa per il 9,2% del totale, la Toscana con l’8,9% e il Lazio con il 4,8%.

… e quelle della famiglie

Sul fronte delle richieste avanzate dalle famiglie, delle 546.740 linee di credito per le quali è stata chiesta la sospensione del rimborso delle rate da parte di privati consumatori, i mutui immobiliari rappresentano il 44% delle domande, mentre circa 175.000 riguardano prestiti personali. A seguire, più di 68.000 sono le richieste di moratoria sui mutui di liquidità, 41.270 si riferiscono a prestiti finalizzati mentre le restanti 22.373 a contratti di leasing e altri prodotti rateali. Anche in questo caso esistono forti differenze da regione a regione: il 14,7% dei contratti sospesi dalle famiglie si concentra in Lombardia, che precede l’Emilia Romagna, che mostra una incidenza del 13,7% sul totale nazionale, e il Piemonte, con il 10,5%. Seguono il Veneto, con un peso del 9,4%, il Lazio con il 9,0% e la Toscana con il 7,0%.