In Italia la pressione fiscale reale è al 48,2%

Al netto del sommerso e dell’economia illegale, pari al 12% del Pil, ovvero 215 miliardi di euro, la pressione fiscale in Italia raggiunge il 48,2%, +5,8% rispetto a quella ufficiale), tra le  più alte in Europa. Dopo cinque anni di calo nel 2019 si è verificato un incremento di 0,7 punti che ha riportato il suo livello complessivo indietro di quattro anni. È quanto emerge dallo studio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti dal titolo Analisi della pressione fiscale in Italia, in Europa e nel mondo. Struttura ed evoluzione dei principali indicatori di politica sociale.

La riduzione del quinquennio 2014-2018 non ha riguardato le famiglie

Dopo l’aumento del 2,1%) del 2012-2013 nel quinquennio 2014-2018 si è verificato un rientro del -1,7%, che però ha riguardato prevalentemente le imprese. La pressione fiscale sulle famiglie, il cui gettito totale è pari a 323 miliardi di euro su un totale di 758,6 miliardi, non ha riguardato questa riduzione, anzi, è aumentata. La pressione fiscale sulle famiglie, calcolata mediante una rielaborazione della Fondazione nazionale dei commercialisti dei dati Istat, è risultata nel 2019 pari al 18% (+0,3% rispetto al 2018).

Nonostante gli interventi sul cuneo fiscale degli ultimi anni, l’indicatore Ocse pone l’Italia ai primi posti in Europa, al terzo posto per dipendente single, con il 48%, e al primo per dipendente sposato con due figli, con il 39,2%.

Irpef e Iva coprono il 55,9% del gettito tributario totale

Dall’analisi del gettito tributario per singola imposta, si evince, inoltre, che le prime 10 imposte su 88 voci totali desumibili dalle tabelle Istat coprono l’85% del totale. Lo stesso dato era pari all’82,3% nel 1995, che rivela una tendenza alla concentrazione del prelievo tributario sulle imposte principali, riporta Askanews. Ad esempio, l’Irpef, che nel 2019 è la prima imposta con 176,8 miliardi di euro di gettito, copre il 34,2% del totale (+2% sul 1995), l’Iva, la seconda imposta per gettito, con 111,8 miliardi di euro, copre il 21,6% del totale (+1,3% sul 1995). Insieme, l’Irpef e l’Iva, coprono il 55,9% del gettito tributario totale (+3,3% sul 1995).

Sbilanciamento sul lato del lavoro rispetto al consumo

Nel confronto internazionale, la pressione fiscale si mostra sbilanciata dal lato del lavoro rispetto al consumo. Infatti, nell’ultimo anno con dati disponibili per un confronto, il 2018, l’Italia si pone al 7° posto nel primo caso e al 21° posto nel secondo. In particolare, per il gettito Iva in rapporto al Pil, l’Italia si colloca al 26° posto nella graduatoria EU27, mentre per il gettito dell’imposta personale sul reddito, l’Italia si colloca al 5° posto. Nonostante l’eccezionale riduzione del Totale Tax Rate tra il 2006 e il 2020, l’indicatore di pressione fiscale sui profitti societari calcolato dalla banca mondiale per l’Italia sfiora il 60%, risultando tra i più elevati in Europa.

Ecobonus auto, in 2 ore oltre tremila prenotazioni

Nelle prime due ore di prenotazioni sono arrivate 3.000 richieste per l’ecobonus auto, l’incentivo statale per l’acquisto di veicoli a basse emissioni. Gli incentivi, prenotabili fino al 31 dicembre sul sito ecobonus.mise.gov.it, sono stati introdotti con il decreto rilancio, approvato in via definitiva. Lo sconto, ricorda il ministero dello Sviluppo, può arrivare a 10 mila euro. Inoltre è stata ampliata la gamma di veicoli per i quali sarà possibile richiedere il contributo statale, che potrà arrivare fino a 8 mila euro per l’acquisto con rottamazione, e fino a 5 mila euro per l’acquisto senza rottamazione. All’ecobonus si potranno poi aggiungere sconti fino a 2 mila euro che verranno riconosciuti direttamente dai concessionari.

Impiegati circa 50 milioni dello stanziamento per l’automotive

Per i bonus il Governo ha messo a disposizione altri 50 milioni di euro, che si aggiungono ai 100 milioni di euro stanziati per l’anno 2020. e ai 200 milioni per il 2021.

“Con il decreto di agosto, potremmo estendere ai veicoli commerciali leggeri gli incentivi all’acquisto – dichiara all’Ansa la sottosegretaria al ministero per lo Sviluppo economico, Alessia Morani -. È una proposta da discutere con la maggioranza e con il ministro Patuanelli. Il bonus potrebbe impiegare una cinquantina di milioni del mezzo miliardo stanziato per l’automotive. Sarebbe un modo per aiutare settori colpiti dalla crisi, e per garantire un ricambio del parco dei mezzi attualmente in circolazione, con vantaggi sia ambientali sia in termini di sicurezza”.

I modelli di larga diffusione possono beneficiare di uno sconto fino a 3.500 euro

Il bonus massimo spetta alle auto con emissioni da 0 a 20 g/km di CO2, cioè le 100% elettriche, con prezzo fino a 61 mila euro iva inclusa. La fascia di emissioni da 21 a 60 g/km di CO2 dà invece accesso a bonus fino a 6.500 euro.

I modelli di larga diffusione, con motorizzazioni hybrid e mildhybrid, ma anche diesel, benzina, bifuel Gpl e metano che rientrano nella fascia 61-110 g/km di CO2 possono beneficiare di un bonus che arriva fino a 3.500 euro.

Smaltire gli stock di vetture invendute durante la quarantena

Scopo della misura è anche quello di aiutare le case automobilistiche a smaltire gli stock di vetture invendute nei mesi della quarantena. L’estensione del bonus alle auto Euro 6 è stata però frutto di una lunga battaglia in commissione che ha diviso la maggioranza. Al Movimento Cinque Stelle non piaceva il fatto che gli incentivi riguardassero anche auto a benzina e diesel. Il compromesso è stato raggiunto con la limitazione del bonus per l’acquisto di modelli “a combustione”, ma con basse emissioni. Un altro fattore determinante per il raggiungimento dell’accordo è stata la limitazione temporale dei bonus. In pratica, considerando che nei mesi estivi le vendite rallentano, e che a fine anno subiscono un nuovo freno (le auto immatricolate a novembre e dicembre dopo pochi mesi sono già considerate “vecchie” di un anno), di fatto i bonus faranno il pieno in due mesi, settembre e ottobre.

Auto nuova? I giovani neopatentati la preferiscono a noleggio

Per i neopatentati i primi anni di guida sono i più delicati, non solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche da quello economico. Se l’auto nuova è intestata a un giovane neopatentato, secondo un’analisi di Facile.it, la spesa totale nei primi 3 anni può arrivare a 22.000 euro. Non sorprende quindi come anche tra i più giovani iniziano a diffondersi formule alternative all’acquisto, come ad esempio il noleggio dell’auto a lungo termine. Facile.it ha scoperto che con questa alternativa si possono risparmiare più di 500 euro l’anno. L’analisi di Facile.it è stata realizzata confrontando il costo totale di acquisto e mantenimento di un’auto intestata a un neopatentato diciottenne e una, di pari tipologia, presa a noleggio lungo termine, considerando un arco temporale di 3 anni.

Quanto costa acquistare e mantenere l’automobile?

Se si sceglie di acquistare l’auto la spesa più importante è il prezzo del veicolo, ad esempio 16.800 euro, mentre per l’RC auto un automobilista neopatentato che parte dalla classe 14, in media, deve mettere in conto una spesa di circa 1.000 euro l’anno. A questa voce vanno aggiunti i costi delle garanzie accessorie, la copertura furto incendio, la polizza cristalli e quella per gli eventi naturali. In totale, nei 3 anni, l’importo complessivo è di 3.900 euro. Alla lista delle spese obbligatorie va aggiunto anche il bollo, pari a 472 euro in 3 anni. Ultima, la manutenzione ordinaria: considerando un utilizzo di circa 10.000 km l’anno e un paio di tagliandi, in 36 mesi la spesa può arrivare a circa 600 euro.

Quanto si risparmia a noleggiarla?

Il costo totale tra acquisto, spese obbligatorie e manutenzione arriva così a 21.772 euro, esclusi gli eventuali imprevisti che potrebbero far salire ulteriormente il conto. E se l’auto, invece di comprarla, fosse stata noleggiata per un periodo di pari durata? In questo caso il risparmio sarebbe significativo. Guardando alla miglior tariffa disponibile nell’analisi, il costo per il noleggio dell’auto analizzata è pari a 285 euro al mese, senza alcun anticipo.

Un costo all inclusive di 10.260 euro

Si tratta di un costo all inclusive che comprende tutte le altre voci di spesa prese in considerazione: l’RC auto e le garanzie accessorie (furto-incendio, cristalli, eventi naturali), il bollo, la manutenzione ordinaria, ma anche alcuni costi straordinari, come ad esempio l’invio del soccorso stradale o la copertura in caso di atti vandalici, eventi socio-politici e danni accidentali.

Il costo complessivo per il noleggio a lungo termine, in 3 anni, raggiunge i 10.260 euro, vale a dire 1.512 euro in meno rispetto alla spesa netta emersa dall’analisi dell’acquisto dell’auto. Un risparmio che potrebbe essere addirittura più alto se si mettono in conto eventuali imprevisti o se si considera che il costo dell’RC auto per un veicolo intestato a un neopatentato in alcune province italiane è estremamente elevato.

Impatto del Covid-19 e ripresa differenti per i vari settori produttivi

Per indagare gli effetti economici e finanziari dell’emergenza Covid-19 sulle imprese CRIF ha messo a punto l’Osservatorio Pulse, che analizza le conseguenze sul business e l’andamento futuro dei vari settori economici italiani, divisi in quattro categorie, Top, Upper, Middle e Bottom, sulla base di diversi parametri. Dall’analisi emerge che solo un ristretto numero di comparti (Top) mostra una sostanziale tenuta. Tra questi, il farmaceutico, le telecomunicazioni, ICT e media, chimica e consulenza. Il numero di imprese che ricadono in questa categoria è piuttosto limitato, sia in termini numerici (circa il 15% del totale) sia per giro d’affari (circa l’11%).

I settori Top e Upper

Tra le caratteristiche che accomunano i settori Top rientrano un limitato impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown, in quanto attività essenziali o comunque svolgibili in modalità smart working, una domanda resiliente o addirittura in crescita, tenuta di margini e generazione di cassa, relativa stabilità del merito creditizio e regolare operatività sotto il profilo commerciale.

I settori classificati come Upper (Trasporti e logistica, Alimentari, bevande e tabacco, Elettronica) sono anch’essi caratterizzati da un basso impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown per le produzioni essenziali, da un favorevole trend di lungo termine della domanda e da una migliore capacità di assorbimento degli impatti negativi di breve periodo.

Middle e Bottom

I settori Middle (Commercio al dettaglio, Tessile e abbigliamento e Meccanica strumentale) evidenziano invece un maggior impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown e spesso presentano anche una forte esposizione nei confronti della domanda estera. I settori Bottom (Turismo/Tempo Libero, Commercio di autoveicoli, Mining/Oil&Gas, Ingegneria civile e costruzioni, Meccanica/Mezzi di trasporto, Prodotti metallici) hanno fortemente risentito delle restrizioni derivanti dal lockdown, e anche nella fase di ripartenza stanno soffrendo per via di una debole domanda. Una forte componente di costi fissi e l’elevata incidenza del capitale circolante gravano sul loro profilo finanziario.

Rispetto alla limitata concentrazione di società all’interno della categoria Top, la categoria Bottom vede la presenza di circa il 28% delle società di capitali italiane, per un giro d’affari aggregato del 24% del totale.

Nel 2021 ripresa nel fatturato e margini, ma non basta per tornare ai livelli pre-crisi

Nel 2021 il rimbalzo previsto rispetto all’anno precedente permetterà una ripresa nel fatturato e nei margini, tuttavia non sufficiente a tornare ai livelli pre-crisi. Nel contesto attuale, poi, acquisiscono particolare rilevanza la filiera di appartenenza e il segmento di operatività. La prima, infatti, può determinare per due produttori di beni simili un mercato di sbocco totalmente differente in termini di andamento della domanda finale, come ad esempio, chi produce componenti metalliche per apparecchiature biomedicali rispetto a chi produce componenti simili ma destinate al comparto automotive. Il secondo fattore può invece consentire di identificare posizionamenti di nicchia in determinati ambiti che sperimentano trend in controtendenza rispetto al settore di riferimento, quali ad esempio il commercio online rispetto al canale fisico all’interno del comparto retail.

 

Moratoria sui finanziamenti: l’analisi di CRIF su imprese e famiglie

Sospensione delle rate per i contratti di credito, ma anche stop dei mutui per la casa: il Crif ha analizzato 930.000 richieste di moratoria contribuite ad aprile in EURISC, il principale Sistema di Informazioni Creditizie attivo in Italia, e ha delineato lo scenario sui finanziamenti rateali da parte degli italiani. La sospensione dei finanziamenti ha riguardato principalmente i consumatori privati, con quasi 547.000 richieste (rispetto alle 162.000 del mese di marzo), a fronte di 386.222 presentate dalle imprese (erano state circa 73.000 nel mese precedente). Numeri in deciso aumento, dovuti in gran parte all’incertezza e alle chiusure imposte dal lockdown.

Le richieste presentate dalle imprese…
Per quanto riguarda le imprese,  ad aprile è stata richiesta la sospensione delle rate per il 13.9% dei contratti di credito. Più sono grandi le dimensioni dell’azienda, più si è ricorso a questo strumento: il 70,9% delle richieste sono infatti state presentate da Società di capitali a fronte di una quota pari al 25,4% per le Società di persone e del 2,7% per le ditte individuali. Per le Società di capitali la rata media mensile sospesa grazie alla moratoria risulta pari a 1.547 euro a fronte di un importo residuo per estinguere il finanziamento di quasi 100.000 euro. Decisamente più contenuta la rata mensile oggetto di sospensione da parte delle società di persone, pari a 884 euro, e delle ditte individuali, 553 euro. In base ai dati analizzati dallo studio, si evince che quasi 2 richieste su 3 si riferiscono a mutui di liquidità, oltre 78.000 sospensioni riguardano i mutui immobiliari, più di 43.000 i prestiti personali, oltre 6.000 i prestiti finalizzati e 17.321 i contratti di leasing e altri prodotti rateali. Un altro dato interessante è riferito alla territorialità: il 21,9% dei contratti che ad aprile hanno beneficiato della sospensione delle rate riguarda imprese della Lombardia, che precedono di poco quelle dell’Emilia Romagna (il 19,0% del totale), e quelle del Veneto, con l’11,5%. Queste tre regioni da sole raccolgono oltre la metà delle richieste totali e risultano anche quelle più pesantemente colpite dall’emergenza sanitaria. Dietro a queste, a una certa distanza, seguono il Piemonte, che pesa per il 9,2% del totale, la Toscana con l’8,9% e il Lazio con il 4,8%.

… e quelle della famiglie

Sul fronte delle richieste avanzate dalle famiglie, delle 546.740 linee di credito per le quali è stata chiesta la sospensione del rimborso delle rate da parte di privati consumatori, i mutui immobiliari rappresentano il 44% delle domande, mentre circa 175.000 riguardano prestiti personali. A seguire, più di 68.000 sono le richieste di moratoria sui mutui di liquidità, 41.270 si riferiscono a prestiti finalizzati mentre le restanti 22.373 a contratti di leasing e altri prodotti rateali. Anche in questo caso esistono forti differenze da regione a regione: il 14,7% dei contratti sospesi dalle famiglie si concentra in Lombardia, che precede l’Emilia Romagna, che mostra una incidenza del 13,7% sul totale nazionale, e il Piemonte, con il 10,5%. Seguono il Veneto, con un peso del 9,4%, il Lazio con il 9,0% e la Toscana con il 7,0%.

Flessibilità produttiva 4.0, il driver di successo per le Pmi top

Per l’84,4% delle Pmi più performanti, ovvero quelle che hanno una redditività di due o tre volte superiore alla media, la flessibilità produttiva su richiesta del cliente è indicata come il driver fondamentale del successo. Un’offerta su misura dei clienti è quindi il segreto anche per le piccole e medie imprese italiane più forti e innovative, le Pmi Top, e non solo per le generazioni di maestri artigiani che da sempre hanno la capacità di offrire al cliente un prodotto assolutamente su misura e su richiesta. Un altro elemento di competitività però è la capacità di realizzare prodotti unici e distintivi, segnalato dal 58,1% delle Pmi Top, e un’ulteriore condizione per il successo è lo sviluppo di un’offerta più ampia rispetto alla concorrenza, indicata dal 45% delle imprese più redditizie.

L’innovazione tecnologica è l’asso nella manica

Lo ha scoperto un’indagine sul campo Fattore I di Banca Ifis insieme al Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari e al Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Padova. Secondo l’indagine è proprio l’innovazione tecnologica l’asso nella manica che consente alle Pmi Top di poter fornire un’offerta più ampia e variegata. Il 60% delle Pmi più performanti ha infatti già investito in almeno una tecnologia 4.0, come la robotica collaborativa, contro il 44% delle Pmi “medie”. La presenza online, invece, è oggi imprescindibile per quasi tutte le imprese, tanto che il 92,5% del campione totale ha un sito web, e il 57% è attivo sui social network, riferisce Ansa.

Erp, Crm ed Scm, la scommessa delle realtà di eccellenza

Le realtà di eccellenza, però, fanno un passo ulteriore, e scommettono su tre strumenti tecnologici più di quanto facciano le imprese medie. In particolare, si tratta dei programmi per la pianificazione delle risorse d’impresa Erp (indicati dal 59% delle imprese top), gli strumenti per la gestione dei rapporti con la clientela (Crm, Customer relationship management, indicati dal 54%) e quelli per la gestione delle forniture (Scm, Supply chain management, indicati dal 16,1% delle Pmi Top).

Gli ostacoli delle imprese medie all’adozione delle nuove tecnologie

La ricerca Fattore I approfondisce anche il motivo per cui le imprese medie trovano ostacoli all’adozione di tecnologie 4.0, e individua il nodo principale nella difficoltà di trovare figure professionali adeguate a gestire la trasformazione tecnologica. Un fattore, questo, indicato dal  44,8% delle imprese medie. La lunghezza dei tempi di implementazione è invece l’ostacolo principale per il 33,3% delle stesse. In questo contesto, il 40,1% delle Pmi si dichiara interessato a investire solo se saranno disponibili ancora gli incentivi alla digitalizzazione delle imprese. Al contrario, per chi ha già iniziato un percorso di innovazione, gli incentivi pubblici non sono ulteriormente determinanti. Un altro aspetto che emerge dallo studio è che, tra le imprese top il prezzo non è considerato come un elemento di competitività, e solo il 13,1% lo considera come un punto di forza per competere.

Gennaio, migliora il clima di fiducia dei consumatori, non quello delle imprese

L’inizio del nuovo anno corrisponde sempre a un momento di bilanci ma soprattutto di aspettative per i 12 mesi che ancora devono arrivare. In questo scenario, non fa eccezione il cosiddetto “clima di fiducia” che consumatori e imprese nutrono nei confronti del presente e dell’immediato futuro. Come di consueto, l’Istat ha “misurato” questo indice di positività confrontandolo con quelle registrato a dicembre 2019. Il dato più rilevante è certamente la divergenza nell’andamento del clima di fiducia tra imprese (in peggioramento) e consumatori (in miglioramento). Per quanto riguarda le imprese, l’indice composito del clima di fiducia diminuisce, riportandosi sul livello dello scorso novembre, sintesi di un miglioramento nell’industria e di un peggioramento nei servizi e nel commercio al dettaglio. Per i consumatori, il clima di fiducia recupera completamente la flessione registrata a novembre 2019 riportandosi sul livello dello scorso ottobre. L’aumento è dovuto ad un diffuso miglioramento di tutte le componenti.

La valutazione dei consumatori

A gennaio 2020 l’Istat rileva un miglioramento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 110,8 a 111,8). Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano una tendenza al rialzo: il clima economico registra un incremento da 120,9 a 123,8, il clima personale cresce da 106,8 a 108,4, il clima corrente aumenta da 108,8 a 110,7 e quello futuro passa da 112,3 a 114,7.

E quella dell’industria

Diverso il discorso nelle imprese, dove a gennaio 2020 l’indice composito del clima di fiducia registra un calo (da 100,7 a 99,2). Con riferimento alle imprese, nell’industria si registra un complessivo miglioramento mentre per i servizi emergono segnali di incertezza. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 99,3 a 99,9 e cresce in modo deciso nelle costruzioni (da 140,1 a 142,7); nei servizi la fiducia diminuisce (l’indice passa da 102,2 a 99,5), così come nel commercio al dettaglio, dove l’indice cala da 110,6 a 106,6.

Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le aspettative di produzione mentre le scorte di prodotti finiti sono giudicate in accumulo. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice è trainata dal miglioramento delle attese sull’occupazione.

Nei servizi di mercato e nel commercio al dettaglio il calo dell’indice riflette una dinamica negativa di tutte le componenti. In quest’ultimo comparto, si assiste ad un diffuso peggioramento dei giudizi sulle vendite in entrambi i circuiti distributivi analizzati (grande distribuzione e distribuzione tradizionale) mentre le relative aspettative sono in calo solo nella grande distribuzione.

I trend dell’e-commerce per il 2020

L’e-commerce è sempre più redditizio, e secondo i dati di Statista, la piattaforma per la fornitura di dati sul commercio elettronico, nel 2019 il valore totale delle vendite online ha superato i 3400 miliardi di dollari. Ma se è importante sperimentare le novità, i primi obiettivi da perseguire per i siti web dei negozi devono essere la chiarezza e la verifica dei contenuti.

“Viviamo nell’era della misinformation, ossia il momento storico in cui è facile diffondere informazioni non precise o false – spiega Anastasia Sfregola, sales director per il mercato italiano di Kooomo, piattaforma e-commerce internazionale -. Se aumenta la credibilità del negozio –  continua l’esperta – è molto probabile che si verifichi un aumento naturale delle vendite”.

Acquistare tramite messaggi vocali, Instagram e Facebook

E per il nuovo anno già si parla di tendenze in grado di garantire nuove esperienze di acquisto. Il primo trend sarà quello di acquistare tramite messaggi vocali. Lo shopping vocale è infatti già esploso negli Stati Uniti, e continuerà a crescere nei prossimi anni. Con questa nuova modalità di acquisto si potrà fare ricerca su un sito e-commerce tramite la voce, chiedendo all’assistente vocale di mostrare il prodotto in base a preferenze di colori, misure e altri dettagli. Un ruolo chiave continueranno a rivestirlo i social media, ormai evoluti anche come strumento di marketing. Instagram e Facebook sono dotati di pulsanti di acquisto diretto, che permettono ai negozi online di vendere attraverso queste piattaforme. È bene, quindi, che le aziende e-commerce elaborino strategie di social marketing, per facilitare l’acquisto attraverso la pubblicità online.

Facilitare lo shopping da mobile e personalizzare

Gli utenti non usano i dispositivi mobili solo per fare acquisti, ma anche per cercare prodotti prima di acquistarli. Sempre secondo i dati raccolti da Statista, le vendite da dispositivi mobili rappresenteranno circa il 73% di tutte le vendite dell’e-commerce alla fine del 2021. Questo dato da solo dimostra quanto sarà importante lo shopping mobile per l’e-commerce nei prossimi anni.

Inoltre, cresce il numero di aziende che si affida alle opportunità offerte dalla realtà aumentata e virtuale per la presentazione dei prodotti. Tramite la telecamera dello smartphone l’utente può collocare virtualmente provare un abito per capire come veste. Sarà importante anche proporre al consumatore quello che vuole prima ancora che lo sappia. Come? Attraverso appositi software di raccolta dati che usano l’AI e sono in grado di riconoscere immediatamente gusti e necessità del cliente, per proporre un’esperienza d’acquisto personalizzata.

Più attenzione all’ambiente. Con al centro i contenuti

La sempre maggiore attenzione per la sostenibilità ambientale è un chiaro segno che i venditori online devono impegnarsi a intraprendere pratiche rispettose dell’ambiente. Le aziende possono farlo proponendo prodotti che offrano un beneficio sociale o ambientale e riducendo i rifiuti di spedizione. Utilizzando quindi materiali riciclati o biodegradabili. Al centro però restano i contenuti, e molti store online presentano ancora informazioni non del tutto corrette o addirittura sbagliate.

“Al di là dei trend, la chiarezza e la verifica dei contenuti resta ancora il primo obiettivo da perseguire – aggiunge Sfregola -. L’invito agli imprenditori è quello di investire in risorse legate alla gestione dei contenuti online e ovviamente di  conoscere la lingua dei Paesi nei quali si opera. Se si vuole internazionalizzare è necessario puntare su una traduzione precisa dei contenuti”.

Buoni pasto, cartacei o elettronici? La Legge di Bilancio favorisce i secondi

La Legge di Bilancio 2020 introduce novità nella normativa di riferimento dei buoni pasto. Fissando i limiti giornalieri a 4 euro per quelli cartacei favorisce quelli elettronici, aprendo la strada a una maggiore tracciabilità anche sul fronte del welfare aziendale. Il DDL, presentato in Senato il 2 novembre dal ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri, introduce una novità sugli importi complessivi giornalieri che non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente, e interviene sulla normativa di riferimento, l’articolo 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi. Se il testo sarà così approvato, le nuove soglie entreranno in vigore dal 1° gennaio 2020.

Modificati i limiti del valore massimo giornaliero per non “formare” reddito

I buoni pasto sono titoli di pagamento che possono essere utilizzati per acquistare pasti o prodotti alimentari, hanno un valore prestabilito, sono nominativi e devono essere utilizzati solo da titolare. Possono essere cartacei, che al momento dell’utilizzo devono essere datati e sottoscritti dal lavoratore, o elettronici, che non richiedono alcuna firma da parte del titolare, perché le informazioni necessarie sono digitalizzate grazie a un numero e un codice identificativo. I buoni pasto non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente entro un valore massimo giornaliero stabilito dall’articolo 51 del TUIR. Le novità della Legge di Bilancio 2020 intervengono sulla normativa, e modificano i limiti. Per i buoni pasto elettronici la soglia passa da 7 a 8 euro, e per quelli cartacei scende da 5,29 a 4 euro.

Anche il welfare va verso la tracciabilità

Le regole stabilite dal Decreto Ministeriale del Ministero dello Sviluppo Economico numero 122 del 7 giugno 2017 definiscono i buoni pasto come non “cedibili, non cumulabili oltre il limite di otto buoni, né commercializzabili o convertibili in denaro” e “utilizzabili solo dal titolare”. Le novità della Legge di Bilancio 2020 riscrivono la normativa in modo tale da favorire l’utilizzo dei buoni pasto elettronici. Anche sul fronte del welfare aziendale, quindi, si va nella direzione di una maggiore tracciabilità del sistema. Non è una caso che l’articolo 83 sia inserito nel Titolo III del DDL presentato al Senato, Economia e Fisco Digitale.

Portare il valore dei buoni cartacei a 4 euro equivale a scoraggiarne l’utilizzo

Portare il valore dei buoni pasto cartacei a 4 euro equivale a scoraggiarne l’utilizzo, diffuso, secondo le stime inserite nella relazione tecnica, ancora per il 50%. L’obiettivo è quello di spingere i datori di lavoro e i lavoratori ad affidarsi a una modalità, quella digitale, che si presta con più difficoltà a una strumentalizzazione negativa. L’intervento sulle soglie massime dei buoni pasto chiude un cerchio di interventi inseriti nel Decreto Fiscale e nella Legge di Bilancio 2020, che portano il sistema dei pagamenti su un piano sempre più digitale e tracciabile.

 

Il supercomputer del futuro abiterà in Italia. Bologna selezionata per ospitarlo

Un supercomputer europeo del futuro, capace di una potenza di calcolo da mille miliardi di operazioni al secondo. E uno degli otto paesi selezionati per ospitarlo è l’Italia. In particolare, nella città di Bologna, individuata come “casa” italiana del supercomputer dal Comitato europeo sul calcolo ad alte prestazioni (EuroHPC). L’Italia aveva presentato la sua candidatura lo scorso 21 gennaio, grazie a un consorzio congiunto con la Slovenia nell’ambito di un progetto guidato dal Consorzio Interuniversitario Cineca, con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. La nomina dell’Italia è avvenuta nell’ultima riunione dell’organo voluto dalla Commissione europea per promuovere lo sviluppo di una rete di supercomputer, il comitato dell’EuroHPC JU (European High Performance Computing Joint Undertaking).

Un Tecnopolo dedicato al supercalcolo

Uno degli otto supercomputer europei verrà costruito nel Tecnopolo che sta sorgendo presso l’ex Manifattura Tabacchi del capoluogo emiliano, accanto al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf). In questo modo l’Emilia-Romagna, dove si concentra il 70% della capacita di calcolo e di storage nazionale, passa dalla 19a alla 5a posizione nella classifica mondiale dei centri di calcolo, riferisce LaVoce.

Gli altri sette supercomputer “alloggeranno” a Sofia (Bulgaria), Ostrava (Repubblica Ceca), Kajaani (Finlandia), Bissen (Lussemburgo), Minho (Portogallo), Maribor (Slovenia), e Barcellona (Spagna).

Un progetto da 840 milioni di euro di finanziamento

Finanziato con 840 milioni di euro, il progetto sarà operativo nel 2021 e prevede la creazione di una rete di supercomputer con elevatissime capacità di calcolo, di classe pre-esascala, in grado cioè di raggiungere la potenza di calcolo di un miliardo di miliardi di operazioni al secondo. In pratica, una cifra da 18 zeri, riferisce una notizia Ansa. Questi computer di ultima generazione troveranno molteplici applicazioni, dallo studio del funzionamento del cervello a quello dell’evoluzione dell’universo, dalla progettazione di nuovi farmaci alla lotta ai cambiamenti climatici.

Sfruttare le potenzialità offerte dai big data e dall’intelligenza artificiale

“L’assegnazione è motivo di orgoglio per il nostro Paese. Si tratta di un’iniziativa strategica, volano di crescita e innovazione – commenta il ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, Marco Bussetti -. Questo risultato è il frutto di un importante lavoro di squadra. Un’iniziativa in cui ho fortemente creduto sin dal mio insediamento al Ministero, destinandovi risorse specifiche, pari a 120 milioni di euro – aggiunge il ministro -. Si tratta di un progetto che riconosce la leadership del nostro Paese in questo settore e che ci permetterà di sfruttare appieno le potenzialità offerte dai big data e dall’intelligenza artificiale”.