Quanto vale la spesa nella Sanità digitale?

La pandemia ha spinto il digitale in tutti i settori, velocizzando la diffusione di strumenti digitali anche nel settore sanitario, accelerandone anche la conoscenza e l’uso da parte di cittadini, medici e strutture sanitarie nelle diverse fasi del percorso di cura. Tanto che la spesa per la Sanità digitale è cresciuta del 5% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore di 1,5 miliardi di euro, pari all’1,2% della spesa sanitaria pubblica, equivalenti a circa 25 euro per ogni cittadino. Si tratta di alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno online dal titolo Sanità Digitale oltre l’emergenza: più connessi per ripartire.

App per informarsi e monitorare la salute

Il digitale è un canale sempre più usato dai cittadini per cercare informazioni sanitarie: il 73% ha cercato in rete informazioni sui corretti stili di vita (rispetto al 60% del 2020) e il 43% si è informato online sulla campagna vaccinale. Un canale usato anche per la prevenzione e il monitoraggio della propria salute, con il 33% dei pazienti che usa app per controllare il proprio stile di vita e più di uno su cinque che le utilizza per ricordarsi di prendere un farmaco (22%) o per monitorare i parametri clinici (21%). Ma il processo di digitalizzazione del sistema sanitario è ancora frammentato e disomogeneo. Uno dei punti più critici sono le competenze digitali dei professionisti sanitari, ancora insufficienti per cavalcare i nuovi trend della rivoluzione tecnologica.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è ancora poco sfruttato

Il 60% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale ha sufficienti competenze digitali di base (Digital Literacy), legate all’uso di strumenti digitali nella vita quotidiana, ma solo il 4% ha un livello soddisfacente in tutte le aree delle competenze digitali professionali (eHealth Competences). Un SSN più digitale e connesso, poi, non può prescindere da un’adeguata gestione e valorizzazione dei dati in sanità, ma l’asset principale per la raccolta dei dati sui pazienti, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), è ancora poco sfruttato: solo il 38% della popolazione ne ha sentito parlare e solo il 12% è consapevole di averlo utilizzato.

Il PNRR e gli obiettivi per la Sanità del futuro

Di fatto il PNRR rappresenta una grande opportunità per le risorse messe in campo, pari a 7 miliardi per lo sviluppo di reti di prossimità, strutture e Telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale, e 8,63 miliardi per l’innovazione, la ricerca e la digitalizzazione del SSN. Ma anche perché traccia gli obiettivi da perseguire per costruire la Sanità del futuro, dallo sviluppo di cultura e competenze digitali nei medici e nei cittadini a una migliore governance delle iniziative digitali, oltre a una più diffusa collaborazione fra i vari attori del sistema sanitario.

Tech e Largo Consumo consolidano il trend positivo nel I trimestre 2021

Con un +28,5% nel primo trimestre del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020 la Tecnologia di consumo conferma il trend positivo che ha caratterizzato il settore nel corso dello scorso anno. I primi tre mesi del 2021 sono stati quindi decisamente positivi per il mercato italiano della Tecnologia di consumo. Secondo gli ultimi dati GfK i nuovi bisogni emersi con la pandemia stanno continuando a condizionare gli acquisti degli italiani, che continuano premiare in particolare il settore Tech e quello del Largo Consumo. Il mese che ha registrato la crescita maggiore è stato marzo, che ha registrato una crescita a valore del +66% anno su anno. Un trend che non stupisce, se pensiamo che marzo 2020 è stato il primo mese colpito dalla pandemia.

Una crescita generalizzata per tutti i comparti

Analizzando i segmenti che compongono la Tecnologia di consumo la crescita è generalizzata, con tutti i comparti positivi, compresi l’Home Comfort (+10,6%) e la Fotografia (+15,2%). Il settore con la crescita più sostenuta è ancora una volta l’IT Office (+41,4%), confermando un trend positivo iniziato lo scorso anno per effetto dello smart working e della Dad e che non sembra ancora esaurirsi. Continuano a crescere anche le vendite del Piccolo Elettrodomestico (+35%) e del Grande Elettrodomestico (+29,5%), e cresce del +29% anche l’Elettronica di consumo, con performance particolarmente positive per il segmento TV. Dopo i rallentamenti del 2020 torna a crescere a doppia cifra anche il comparto della Telefonia (+19%).

Mercato ancora positivo, ma alcuni trend rallentano

Il mercato della tecnologia è destinato a crescere almeno per tutto il primo semestre. Unica variabile da tenere in considerazione sarà lo “shortage” di prodotto e i problemi di logistica legati all’arrivo della merce, che stanno impattando tutti i settori. I dati GfK Consumer Panel evidenziano però come alcuni fenomeni emersi lo scorso anno stiano lentamente rallentando. Dopo un 2020 caratterizzato prevalentemente da riduzioni di frequenza di acquisto e carrelli decisamente più grandi (One Stop Shopping), si assiste negli ultimi mesi a una ripresa della frequenza di acquisto e un ritorno a carrelli di dimensione più normale. La situazione non è ancora tornata ai livelli precedente alla pandemia, ma per quanto riguarda le modalità di fare la spesa degli italiani il trend sembra prefigurare un lento ritorno alla normalità.

Crescono l’online e i discount

Dal punto di vista dei canali di vendita, il dati del GfK Consumer Panel confermano la crescita dell’online e dei discount: il primo raggiunge il 46,6% di penetrazione nel Largo Consumo Confezionato (+6,7% rispetto allo scorso anno), mentre il Discount raggiunge la penetrazione massima storica dell’82,4% (+1,3%). Si stabilizza invece la frequentazione dei negozi di prossimità, che erano cresciuti molto lo scorso anno, specie durante il primo lockdown, e diminuisce ancora la penetrazione degli Ipermercati (-3,5%), come già successo nel 2020.

 

Il boom offerte di lavoro da remoto durerà anche dopo la pandemia

L’emergenza sanitaria ha costretto le aziende a riorganizzare il lavoro, privilegiando lo smart working, e più in generale, le forme di lavoro a distanza. Il lavoro da remoto però è destinato a “durare” anche dopo la pandemia. Anche in Italia, infatti, in linea con quanto avviene nel resto d’Europa, negli ultimi 12 mesi c’è stato un forte aumento di offerte di lavoro da remoto. A sostenerlo è Indeed, il portale per chi cerca e offre lavoro in tutto il mondo. I dati sugli annunci di lavoro pubblicati sulla piattaforma offrono infatti una visione a largo spettro su come la pandemia all’inizio del 2021 abbia rimodellato il mercato del lavoro, evidenziando tendenze che suggeriscono cambiamenti più profondi e destinati a durare.

Un’impostazione sempre più flessibile e da remoto

L’emergenza sanitaria ha contribuito a dare al lavoro un’impostazione sempre più flessibile e da remoto, offrendo la possibilità di svolgerlo da luoghi diversi. In Italia, da febbraio 2020 a febbraio 2021 gli annunci di lavoro in modalità smart sono cresciuti del 296% rispetto al totale, rappresentando ora il 6,4% degli annunci pubblicati sul sito italiano di Indeed (in aumento rispetto all’1,6% del febbraio 2020).

Milano guida la classifica dell’offerta di lavoro da remoto

L’offerta di lavoro da remoto è più rilevante nelle grandi città, in linea con quanto accade nel resto in Europa. Milano guida la classifica, con una quota del 10,4%, non distante Roma, con il 9,8%, mentre le percentuali nel resto dell’Italia sono più contenute, con il 5,5%. L’andamento dei job post trova conferma anche nella ricerca internazionale commissionata da Indeed per indagare lo stato d’animo di lavoratori e datori di lavoro. In Italia, un datore di lavoro su 2 ha dichiarato di aver introdotto la possibilità di lavorare da casa poiché al tempo del Covid risulta irrinunciabile per le persone. Chi cerca lavoro è infatti alla ricerca di professioni che possano essere svolte con flessibilità e da remoto. Tanto che negli ultimi 12 mesi sul sito italiano di Indeed, riporta Adnkronos, queste ricerche sono cresciute del +347%.

Una tendenza che riguarda anche il processo di selezione

“Le evidenze indicano che il lavoro a distanza sta diventando una modalità sempre più radicata, anche se è nelle città che si nota una maggiore offerta, per via della tipologia di lavori tipicamente ospitati nelle aree urbane – afferma Dario D’Odorico, responsabile per il mercato Italia di Indeed.co. -. Quello che è certo è che i numeri di chi cerca lavoro da remoto non sembrano diminuire, il che significa che il lavoro a distanza rimarrà una tendenza ampiamente diffusa, e molte aziende dovranno adottare un approccio flessibile per competere anche in fase di recruiting. Una apertura – sottolinea D’Odorico – che riguarda non solo possibilità di svolgere le proprie mansioni da remoto, ma anche tutto il processo di selezione”.

I lavoratori sono davvero al centro della trasformazione digitale?

Oltre a danneggiare la produttività il gap tecnologico nel mercato delle medie imprese sta generando un impatto negativo sull’esperienza dei dipendenti e sulla cultura aziendale. I lavoratori si sentono spesso poco coinvolti e chiedono maggiore flessibilità. Lo sostiene una ricerca di Ricoh condotta su 632 persone che lavorano in organizzazioni con un numero totale di dipendenti compreso tra 250 e 999. La ricerca identifica alcuni trend che stanno caratterizzano il nuovo modo di lavorare, e mette in evidenza le aspettative dei lavoratori.

I problemi del lavoro da remoto

In particolare, secondo la ricerca, il 42% dei dipendenti afferma che la cultura aziendale ha risentito delle restrizioni dovute al Covid-19. Un terzo (31%), poi, lavorando da remoto, si sente poco motivato a causa di problemi legati alle tecnologie per la collaboration, e il 30% ritiene di essere sotto pressione, perché i manager chiedono di essere maggiormente disponibili online quando si lavora da remoto. Inoltre, il 31% quando lavora da remoto è più stressato, perché risente delle responsabilità familiari e di altre pressioni personali, mentre il 67% del campione spera che la propria organizzazione sarà più aperta alle modalità di lavoro flessibile dopo la pandemia. E il 65% vorrebbe interagire con i colleghi “faccia a faccia”.

Il ruolo dell’HR manager e il senso di appartenenza all’azienda

Prima della pandemia, preoccuparsi della Digital Transformation non faceva parte dei compiti principali di un HR manager. Ora, invece, i responsabili delle risorse umane si trovano a essere promotori del cambiamento e di un workplace basato su innovazione tecnologica e flessibilità. Le sfide tecnologiche derivanti dal remote working stanno compromettendo il senso di appartenenza all’azienda e la motivazione dei dipendenti. I direttori delle risorse umane devono dunque comprendere di quali tecnologie le persone abbiano bisogno per lavorare al meglio nell’era digitale e per collaborare in modo efficace con i propri colleghi, ovunque ci si trovi. Questo è essenziale per creare una cultura aziendale positiva, che permetta di trattenere i talenti e di attrarne di nuovi, un aspetto per le imprese fondamentale per riuscire competere nei nuovi scenari.

Innovare, ma migliorando l’esperienza lavorativa

“Il 2020 ci ha messo di fronte a cambiamenti dirompenti e la capacità collettiva di reagire e di adattarsi è stata veramente degna di lode – commenta Nicola Downing, COO di Ricoh Europe -. Per le organizzazioni è importante riuscire a innovare e a migliorare l’esperienza lavorativa delle persone affinché possano collaborare in modo smart, sia che svolgano le proprie attività da casa oppure in ufficio, e le tecnologie permettono di farlo, annullando le distanze – continua Downing -. Dalla ricerca Ricoh emerge come la possibilità di lavorare in ufficio insieme ai colleghi rappresenti per molti un aspetto essenziale della vita quotidiana. Ecco perché è importante per le aziende favorire il rientro in ufficio mediante, da un lato, la creazione di ambienti di lavoro in cui salute e sicurezza sono la priorità, e dall’altro, il coinvolgimento delle persone per comprenderne i bisogni e le necessità”.

In Italia la pressione fiscale reale è al 48,2%

Al netto del sommerso e dell’economia illegale, pari al 12% del Pil, ovvero 215 miliardi di euro, la pressione fiscale in Italia raggiunge il 48,2%, +5,8% rispetto a quella ufficiale), tra le  più alte in Europa. Dopo cinque anni di calo nel 2019 si è verificato un incremento di 0,7 punti che ha riportato il suo livello complessivo indietro di quattro anni. È quanto emerge dallo studio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti dal titolo Analisi della pressione fiscale in Italia, in Europa e nel mondo. Struttura ed evoluzione dei principali indicatori di politica sociale.

La riduzione del quinquennio 2014-2018 non ha riguardato le famiglie

Dopo l’aumento del 2,1%) del 2012-2013 nel quinquennio 2014-2018 si è verificato un rientro del -1,7%, che però ha riguardato prevalentemente le imprese. La pressione fiscale sulle famiglie, il cui gettito totale è pari a 323 miliardi di euro su un totale di 758,6 miliardi, non ha riguardato questa riduzione, anzi, è aumentata. La pressione fiscale sulle famiglie, calcolata mediante una rielaborazione della Fondazione nazionale dei commercialisti dei dati Istat, è risultata nel 2019 pari al 18% (+0,3% rispetto al 2018).

Nonostante gli interventi sul cuneo fiscale degli ultimi anni, l’indicatore Ocse pone l’Italia ai primi posti in Europa, al terzo posto per dipendente single, con il 48%, e al primo per dipendente sposato con due figli, con il 39,2%.

Irpef e Iva coprono il 55,9% del gettito tributario totale

Dall’analisi del gettito tributario per singola imposta, si evince, inoltre, che le prime 10 imposte su 88 voci totali desumibili dalle tabelle Istat coprono l’85% del totale. Lo stesso dato era pari all’82,3% nel 1995, che rivela una tendenza alla concentrazione del prelievo tributario sulle imposte principali, riporta Askanews. Ad esempio, l’Irpef, che nel 2019 è la prima imposta con 176,8 miliardi di euro di gettito, copre il 34,2% del totale (+2% sul 1995), l’Iva, la seconda imposta per gettito, con 111,8 miliardi di euro, copre il 21,6% del totale (+1,3% sul 1995). Insieme, l’Irpef e l’Iva, coprono il 55,9% del gettito tributario totale (+3,3% sul 1995).

Sbilanciamento sul lato del lavoro rispetto al consumo

Nel confronto internazionale, la pressione fiscale si mostra sbilanciata dal lato del lavoro rispetto al consumo. Infatti, nell’ultimo anno con dati disponibili per un confronto, il 2018, l’Italia si pone al 7° posto nel primo caso e al 21° posto nel secondo. In particolare, per il gettito Iva in rapporto al Pil, l’Italia si colloca al 26° posto nella graduatoria EU27, mentre per il gettito dell’imposta personale sul reddito, l’Italia si colloca al 5° posto. Nonostante l’eccezionale riduzione del Totale Tax Rate tra il 2006 e il 2020, l’indicatore di pressione fiscale sui profitti societari calcolato dalla banca mondiale per l’Italia sfiora il 60%, risultando tra i più elevati in Europa.

Ecobonus auto, in 2 ore oltre tremila prenotazioni

Nelle prime due ore di prenotazioni sono arrivate 3.000 richieste per l’ecobonus auto, l’incentivo statale per l’acquisto di veicoli a basse emissioni. Gli incentivi, prenotabili fino al 31 dicembre sul sito ecobonus.mise.gov.it, sono stati introdotti con il decreto rilancio, approvato in via definitiva. Lo sconto, ricorda il ministero dello Sviluppo, può arrivare a 10 mila euro. Inoltre è stata ampliata la gamma di veicoli per i quali sarà possibile richiedere il contributo statale, che potrà arrivare fino a 8 mila euro per l’acquisto con rottamazione, e fino a 5 mila euro per l’acquisto senza rottamazione. All’ecobonus si potranno poi aggiungere sconti fino a 2 mila euro che verranno riconosciuti direttamente dai concessionari.

Impiegati circa 50 milioni dello stanziamento per l’automotive

Per i bonus il Governo ha messo a disposizione altri 50 milioni di euro, che si aggiungono ai 100 milioni di euro stanziati per l’anno 2020. e ai 200 milioni per il 2021.

“Con il decreto di agosto, potremmo estendere ai veicoli commerciali leggeri gli incentivi all’acquisto – dichiara all’Ansa la sottosegretaria al ministero per lo Sviluppo economico, Alessia Morani -. È una proposta da discutere con la maggioranza e con il ministro Patuanelli. Il bonus potrebbe impiegare una cinquantina di milioni del mezzo miliardo stanziato per l’automotive. Sarebbe un modo per aiutare settori colpiti dalla crisi, e per garantire un ricambio del parco dei mezzi attualmente in circolazione, con vantaggi sia ambientali sia in termini di sicurezza”.

I modelli di larga diffusione possono beneficiare di uno sconto fino a 3.500 euro

Il bonus massimo spetta alle auto con emissioni da 0 a 20 g/km di CO2, cioè le 100% elettriche, con prezzo fino a 61 mila euro iva inclusa. La fascia di emissioni da 21 a 60 g/km di CO2 dà invece accesso a bonus fino a 6.500 euro.

I modelli di larga diffusione, con motorizzazioni hybrid e mildhybrid, ma anche diesel, benzina, bifuel Gpl e metano che rientrano nella fascia 61-110 g/km di CO2 possono beneficiare di un bonus che arriva fino a 3.500 euro.

Smaltire gli stock di vetture invendute durante la quarantena

Scopo della misura è anche quello di aiutare le case automobilistiche a smaltire gli stock di vetture invendute nei mesi della quarantena. L’estensione del bonus alle auto Euro 6 è stata però frutto di una lunga battaglia in commissione che ha diviso la maggioranza. Al Movimento Cinque Stelle non piaceva il fatto che gli incentivi riguardassero anche auto a benzina e diesel. Il compromesso è stato raggiunto con la limitazione del bonus per l’acquisto di modelli “a combustione”, ma con basse emissioni. Un altro fattore determinante per il raggiungimento dell’accordo è stata la limitazione temporale dei bonus. In pratica, considerando che nei mesi estivi le vendite rallentano, e che a fine anno subiscono un nuovo freno (le auto immatricolate a novembre e dicembre dopo pochi mesi sono già considerate “vecchie” di un anno), di fatto i bonus faranno il pieno in due mesi, settembre e ottobre.

Auto nuova? I giovani neopatentati la preferiscono a noleggio

Per i neopatentati i primi anni di guida sono i più delicati, non solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche da quello economico. Se l’auto nuova è intestata a un giovane neopatentato, secondo un’analisi di Facile.it, la spesa totale nei primi 3 anni può arrivare a 22.000 euro. Non sorprende quindi come anche tra i più giovani iniziano a diffondersi formule alternative all’acquisto, come ad esempio il noleggio dell’auto a lungo termine. Facile.it ha scoperto che con questa alternativa si possono risparmiare più di 500 euro l’anno. L’analisi di Facile.it è stata realizzata confrontando il costo totale di acquisto e mantenimento di un’auto intestata a un neopatentato diciottenne e una, di pari tipologia, presa a noleggio lungo termine, considerando un arco temporale di 3 anni.

Quanto costa acquistare e mantenere l’automobile?

Se si sceglie di acquistare l’auto la spesa più importante è il prezzo del veicolo, ad esempio 16.800 euro, mentre per l’RC auto un automobilista neopatentato che parte dalla classe 14, in media, deve mettere in conto una spesa di circa 1.000 euro l’anno. A questa voce vanno aggiunti i costi delle garanzie accessorie, la copertura furto incendio, la polizza cristalli e quella per gli eventi naturali. In totale, nei 3 anni, l’importo complessivo è di 3.900 euro. Alla lista delle spese obbligatorie va aggiunto anche il bollo, pari a 472 euro in 3 anni. Ultima, la manutenzione ordinaria: considerando un utilizzo di circa 10.000 km l’anno e un paio di tagliandi, in 36 mesi la spesa può arrivare a circa 600 euro.

Quanto si risparmia a noleggiarla?

Il costo totale tra acquisto, spese obbligatorie e manutenzione arriva così a 21.772 euro, esclusi gli eventuali imprevisti che potrebbero far salire ulteriormente il conto. E se l’auto, invece di comprarla, fosse stata noleggiata per un periodo di pari durata? In questo caso il risparmio sarebbe significativo. Guardando alla miglior tariffa disponibile nell’analisi, il costo per il noleggio dell’auto analizzata è pari a 285 euro al mese, senza alcun anticipo.

Un costo all inclusive di 10.260 euro

Si tratta di un costo all inclusive che comprende tutte le altre voci di spesa prese in considerazione: l’RC auto e le garanzie accessorie (furto-incendio, cristalli, eventi naturali), il bollo, la manutenzione ordinaria, ma anche alcuni costi straordinari, come ad esempio l’invio del soccorso stradale o la copertura in caso di atti vandalici, eventi socio-politici e danni accidentali.

Il costo complessivo per il noleggio a lungo termine, in 3 anni, raggiunge i 10.260 euro, vale a dire 1.512 euro in meno rispetto alla spesa netta emersa dall’analisi dell’acquisto dell’auto. Un risparmio che potrebbe essere addirittura più alto se si mettono in conto eventuali imprevisti o se si considera che il costo dell’RC auto per un veicolo intestato a un neopatentato in alcune province italiane è estremamente elevato.

Impatto del Covid-19 e ripresa differenti per i vari settori produttivi

Per indagare gli effetti economici e finanziari dell’emergenza Covid-19 sulle imprese CRIF ha messo a punto l’Osservatorio Pulse, che analizza le conseguenze sul business e l’andamento futuro dei vari settori economici italiani, divisi in quattro categorie, Top, Upper, Middle e Bottom, sulla base di diversi parametri. Dall’analisi emerge che solo un ristretto numero di comparti (Top) mostra una sostanziale tenuta. Tra questi, il farmaceutico, le telecomunicazioni, ICT e media, chimica e consulenza. Il numero di imprese che ricadono in questa categoria è piuttosto limitato, sia in termini numerici (circa il 15% del totale) sia per giro d’affari (circa l’11%).

I settori Top e Upper

Tra le caratteristiche che accomunano i settori Top rientrano un limitato impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown, in quanto attività essenziali o comunque svolgibili in modalità smart working, una domanda resiliente o addirittura in crescita, tenuta di margini e generazione di cassa, relativa stabilità del merito creditizio e regolare operatività sotto il profilo commerciale.

I settori classificati come Upper (Trasporti e logistica, Alimentari, bevande e tabacco, Elettronica) sono anch’essi caratterizzati da un basso impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown per le produzioni essenziali, da un favorevole trend di lungo termine della domanda e da una migliore capacità di assorbimento degli impatti negativi di breve periodo.

Middle e Bottom

I settori Middle (Commercio al dettaglio, Tessile e abbigliamento e Meccanica strumentale) evidenziano invece un maggior impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown e spesso presentano anche una forte esposizione nei confronti della domanda estera. I settori Bottom (Turismo/Tempo Libero, Commercio di autoveicoli, Mining/Oil&Gas, Ingegneria civile e costruzioni, Meccanica/Mezzi di trasporto, Prodotti metallici) hanno fortemente risentito delle restrizioni derivanti dal lockdown, e anche nella fase di ripartenza stanno soffrendo per via di una debole domanda. Una forte componente di costi fissi e l’elevata incidenza del capitale circolante gravano sul loro profilo finanziario.

Rispetto alla limitata concentrazione di società all’interno della categoria Top, la categoria Bottom vede la presenza di circa il 28% delle società di capitali italiane, per un giro d’affari aggregato del 24% del totale.

Nel 2021 ripresa nel fatturato e margini, ma non basta per tornare ai livelli pre-crisi

Nel 2021 il rimbalzo previsto rispetto all’anno precedente permetterà una ripresa nel fatturato e nei margini, tuttavia non sufficiente a tornare ai livelli pre-crisi. Nel contesto attuale, poi, acquisiscono particolare rilevanza la filiera di appartenenza e il segmento di operatività. La prima, infatti, può determinare per due produttori di beni simili un mercato di sbocco totalmente differente in termini di andamento della domanda finale, come ad esempio, chi produce componenti metalliche per apparecchiature biomedicali rispetto a chi produce componenti simili ma destinate al comparto automotive. Il secondo fattore può invece consentire di identificare posizionamenti di nicchia in determinati ambiti che sperimentano trend in controtendenza rispetto al settore di riferimento, quali ad esempio il commercio online rispetto al canale fisico all’interno del comparto retail.

 

Moratoria sui finanziamenti: l’analisi di CRIF su imprese e famiglie

Sospensione delle rate per i contratti di credito, ma anche stop dei mutui per la casa: il Crif ha analizzato 930.000 richieste di moratoria contribuite ad aprile in EURISC, il principale Sistema di Informazioni Creditizie attivo in Italia, e ha delineato lo scenario sui finanziamenti rateali da parte degli italiani. La sospensione dei finanziamenti ha riguardato principalmente i consumatori privati, con quasi 547.000 richieste (rispetto alle 162.000 del mese di marzo), a fronte di 386.222 presentate dalle imprese (erano state circa 73.000 nel mese precedente). Numeri in deciso aumento, dovuti in gran parte all’incertezza e alle chiusure imposte dal lockdown.

Le richieste presentate dalle imprese…
Per quanto riguarda le imprese,  ad aprile è stata richiesta la sospensione delle rate per il 13.9% dei contratti di credito. Più sono grandi le dimensioni dell’azienda, più si è ricorso a questo strumento: il 70,9% delle richieste sono infatti state presentate da Società di capitali a fronte di una quota pari al 25,4% per le Società di persone e del 2,7% per le ditte individuali. Per le Società di capitali la rata media mensile sospesa grazie alla moratoria risulta pari a 1.547 euro a fronte di un importo residuo per estinguere il finanziamento di quasi 100.000 euro. Decisamente più contenuta la rata mensile oggetto di sospensione da parte delle società di persone, pari a 884 euro, e delle ditte individuali, 553 euro. In base ai dati analizzati dallo studio, si evince che quasi 2 richieste su 3 si riferiscono a mutui di liquidità, oltre 78.000 sospensioni riguardano i mutui immobiliari, più di 43.000 i prestiti personali, oltre 6.000 i prestiti finalizzati e 17.321 i contratti di leasing e altri prodotti rateali. Un altro dato interessante è riferito alla territorialità: il 21,9% dei contratti che ad aprile hanno beneficiato della sospensione delle rate riguarda imprese della Lombardia, che precedono di poco quelle dell’Emilia Romagna (il 19,0% del totale), e quelle del Veneto, con l’11,5%. Queste tre regioni da sole raccolgono oltre la metà delle richieste totali e risultano anche quelle più pesantemente colpite dall’emergenza sanitaria. Dietro a queste, a una certa distanza, seguono il Piemonte, che pesa per il 9,2% del totale, la Toscana con l’8,9% e il Lazio con il 4,8%.

… e quelle della famiglie

Sul fronte delle richieste avanzate dalle famiglie, delle 546.740 linee di credito per le quali è stata chiesta la sospensione del rimborso delle rate da parte di privati consumatori, i mutui immobiliari rappresentano il 44% delle domande, mentre circa 175.000 riguardano prestiti personali. A seguire, più di 68.000 sono le richieste di moratoria sui mutui di liquidità, 41.270 si riferiscono a prestiti finalizzati mentre le restanti 22.373 a contratti di leasing e altri prodotti rateali. Anche in questo caso esistono forti differenze da regione a regione: il 14,7% dei contratti sospesi dalle famiglie si concentra in Lombardia, che precede l’Emilia Romagna, che mostra una incidenza del 13,7% sul totale nazionale, e il Piemonte, con il 10,5%. Seguono il Veneto, con un peso del 9,4%, il Lazio con il 9,0% e la Toscana con il 7,0%.

Flessibilità produttiva 4.0, il driver di successo per le Pmi top

Per l’84,4% delle Pmi più performanti, ovvero quelle che hanno una redditività di due o tre volte superiore alla media, la flessibilità produttiva su richiesta del cliente è indicata come il driver fondamentale del successo. Un’offerta su misura dei clienti è quindi il segreto anche per le piccole e medie imprese italiane più forti e innovative, le Pmi Top, e non solo per le generazioni di maestri artigiani che da sempre hanno la capacità di offrire al cliente un prodotto assolutamente su misura e su richiesta. Un altro elemento di competitività però è la capacità di realizzare prodotti unici e distintivi, segnalato dal 58,1% delle Pmi Top, e un’ulteriore condizione per il successo è lo sviluppo di un’offerta più ampia rispetto alla concorrenza, indicata dal 45% delle imprese più redditizie.

L’innovazione tecnologica è l’asso nella manica

Lo ha scoperto un’indagine sul campo Fattore I di Banca Ifis insieme al Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari e al Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Padova. Secondo l’indagine è proprio l’innovazione tecnologica l’asso nella manica che consente alle Pmi Top di poter fornire un’offerta più ampia e variegata. Il 60% delle Pmi più performanti ha infatti già investito in almeno una tecnologia 4.0, come la robotica collaborativa, contro il 44% delle Pmi “medie”. La presenza online, invece, è oggi imprescindibile per quasi tutte le imprese, tanto che il 92,5% del campione totale ha un sito web, e il 57% è attivo sui social network, riferisce Ansa.

Erp, Crm ed Scm, la scommessa delle realtà di eccellenza

Le realtà di eccellenza, però, fanno un passo ulteriore, e scommettono su tre strumenti tecnologici più di quanto facciano le imprese medie. In particolare, si tratta dei programmi per la pianificazione delle risorse d’impresa Erp (indicati dal 59% delle imprese top), gli strumenti per la gestione dei rapporti con la clientela (Crm, Customer relationship management, indicati dal 54%) e quelli per la gestione delle forniture (Scm, Supply chain management, indicati dal 16,1% delle Pmi Top).

Gli ostacoli delle imprese medie all’adozione delle nuove tecnologie

La ricerca Fattore I approfondisce anche il motivo per cui le imprese medie trovano ostacoli all’adozione di tecnologie 4.0, e individua il nodo principale nella difficoltà di trovare figure professionali adeguate a gestire la trasformazione tecnologica. Un fattore, questo, indicato dal  44,8% delle imprese medie. La lunghezza dei tempi di implementazione è invece l’ostacolo principale per il 33,3% delle stesse. In questo contesto, il 40,1% delle Pmi si dichiara interessato a investire solo se saranno disponibili ancora gli incentivi alla digitalizzazione delle imprese. Al contrario, per chi ha già iniziato un percorso di innovazione, gli incentivi pubblici non sono ulteriormente determinanti. Un altro aspetto che emerge dallo studio è che, tra le imprese top il prezzo non è considerato come un elemento di competitività, e solo il 13,1% lo considera come un punto di forza per competere.