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La domanda di Giacomo Leopardi

 

Inizia oggi questa nuova rubrica che è da un po’ di tempo che si fa attendere.

Questa piccola "finestra" filosofica vuole essere un punto di osservazione della realtà, sulla scia di grandi autori che hanno segnato una traccia importante nella storia del pensiero.

E cominciamo da … Recanati.

Infatti il primo pensatore che voglio presentarvi è Giacomo Leopardi (Recanati 1798- Napoli 1837), che, famosissimo come poeta, elabora anche una filosofia complessa e originale. I testi che ho preso in esame sono alcuni brani dello Zibaldone di pensieri, più di 4500 pagine scritte tra il 1817 e il 1832 (ma pubblicate postume tra il 1898 e il 1900), e le Operette morali (scritte tra il 1824 e il 1832).

Il percorso dell’itinerario di oggi parte da alcuni brani tratti dallo Zibaldone di pensieri: (da Giacomo Leopardi,Tutto è nulla, a cura di M.A.Rigoni, BUR, Milano 1997, pp. 214-215).

«Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finché senza aver dormito né riposato viene l’ora di alzarsi. Tale e da simile cagione è la nostra inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d’ogni stato; cure, studi di mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almeno di riposo, e morte che previen l’effetto della speranza».

25 giugno 1824

da Giacomo Leopardi,Tutto è nulla, op.cit ., p. 220.

«L’uomo (e così gli altri animali) non nasce per godere della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. - Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica.(…)».

Bologna 11 marzo 1826

da Giacomo Leopardi,Tutto è nulla, op. cit., p. 259.

«La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui d’ogni genere e specie, che ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine necessario delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine».

11 aprile 1829

Prima di proseguire il nostro itinerario, facciamo un attimo di pausa per riprendere fiato.

Cos’è la realtà per Leopardi? Ultimamente il reale coincide con la natura.

La natura è un grande meccanismo che è completamente indifferente alla vita dei singoli individui. Il posto che l’uomo occupa è stretto e angusto, la sua felicità non è prevista, non c’entra nulla con la struttura delle cose. Può essere solo un’illusione: la verità è brutta e sconveniente.

Leopardi tira tutte le conclusioni da questa concezione. Ma da questo scatolone (la natura malvagia) cercherà sempre un punto di fuga, anche se, viste le premesse, ogni tentativo sarà un’illusione o meglio, un’immaginazione, perché questa natura è tutto: non si esce. Si potrebbero leggere i Canti con questa chiave di lettura.

Ma Leopardi non si rassegna, pone una domanda personale, una domanda che il programma (la teoria di partenza) non prevede. Questa contraddizione segna tutta l’elaborazione del nostro autore.

Leggiamo ora un’operetta morale scritta a Recanati tra il 19 e il 25 ottobre 1824: Dialogo di Cristoforo Colombo e di Gutierrez, in G. Leopardi, Operette morali, a cura di G. Ficara,Mondadori, Milano 1988,pp. 186-191.

Colombo cominciò a pensare di raggiungere l’Oriente navigando verso Occidente, partendo dalla congettura che la terra fosse sferica. Pietro Gutierrez era un cortigiano di Ferdinando II, re di Spagna, che partecipò alla spedizione del navigatore genovese.

I due protagonisti sono in viaggio, la terra ferma sembra lontana, siamo in … alto mare. Inizia a serpeggiare un po’ di malumore nella ciurma. Gutierrez chiede a Cristoforo Colombo se è ancora sicuro di trovare terra. La risposta di Colombo lascia Gutierrez perplesso.

Colombo era partito da una congettura, da un’ipotesi per lui certissima. Tuttavia sapeva anche lui che la pratica si stacca spesso, anzi il più delle volte, dalla speculazione. E intanto chiede al suo amico: come sarà il mondo che vogliamo esplorare?

« che puoi sapere che non sia occupato da un mare unico e immenso? O che invece di terra, o anco di terra e acqua, non contenga qualche altro elemento? Dato che abbia terre e mari come l’altro, non potrebbe essere che fosse inabitato? Anzi inabitabile? E così nascono altre domande. (…) e non sarebbe contrario alla verisimilitudine l’immaginare che le cose del mondo ignoto, o tutte o in parte, fossero meravigliose e strane a rispetto nostro».

Gutierrez non sembra molto contento di questa risposta. E chiede a Colombo se lui non abbia messo a repentaglio la vita dei suoi compagni per una congettura, per una "semplice opinione speculativa". Lasciare la terra ferma per andare dove?

La risposta di Cristoforo Colombo è molto interessante e su questa ci avviamo alla conclusione di questo primo appuntamento:

«se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita ( vi ricordate la natura ?), in stato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo a essere? (…)Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo?» E continua:

«(…) Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione. (…) Quanti beni che, avendoli non si curano, anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi! Chi pose mai nel numero dei beni umani l’avere un poco di terra che ti sostenga? (…)». (pag. 189).

Poi ci sono una serie di segni che tengono pure Colombo in aspettativa grande e buona.

Il rapporto con qualcosa di ignoto e di attraente mette in moto il pensiero. Questa cosa è però un’immaginazione, non è reale. Perché la realtà è la natura, che non ammette questo ignoto. Niente di nuovo sotto il sole. La macchina va avanti e distrugge gli individui. E’ necessario, è logico. Ma i conti a Leopardi non sembrano tornare.

Chiudiamo con una spettacolare contraddizione. Ecco un frammento dell’11 maggio 1824 con il quale ci salutiamo.

«(…)E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, perché non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perché manca del suo fine, ed è una continua pena, perché ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere. CHI MI SA SPIEGARE QUESTA CONTRADDIZIONE IN NATURA? »

Il prossimo itinerario del pensiero apparirà a maggio.

Buona Pasqua.

Termoli, 5 aprile 2004

dott. Mauro Piemontese